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Il 6 aprile ricorre l’anniversario del genocidio in Ruanda

Venti anni fa, il 6 aprile del 1994, dopo l’assassinio del presidente del Ruanda Juvenal Habyarimana, con il presidente del Burundi Ntaryamira, iniziò, poche ore dopo una guerra che portò al genocidio del popolo tutsi.

Cronaca
Pubblicato il 7 aprile 2014, alle ore 08:13

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Il 6 aprile ricorre l’anniversario del genocidio in Ruanda

Venti anni fa ci fu un assassinio di Stato. L’aereo del presidente del Ruanda Juvenal Habyarimana, ritornato da una riunione di capi di Stato in Tanzania, con il presidente del Burundi Ntaryamira, fu colpito da un razzo mentre era già in fase di arrivo a Kigali. Nessuno riuscì a salvarsi. Dopo poche ore in tutto il Ruanda cominciarono le uccisioni.

C’era già una prolungata rovina razziale fra i nemici hutu e tutsi. L’uccisione del presidente, un hutu, fu come il motivo per l’ennesima guerra. Poiché tutto era stato organizzato con criterio, dagli elenchi di chi doveva essere massacrato, i depositi con le armi acquistate con un rapido credito di una banca francese, infatti, Parigi era alleata degli hutu che stavano al potere, e i radicali huti erano in attesa della disposizione.

Un’armata tutsi, militarizzato dall’Uganda e dagli americani, stava procedendo, che avevano subito un altro genocidio e che desideravano la vendetta. Avevano rubriche lunghissime di nomi, indirizzi di abitazioni, numeri di targa di auto dei tutsi da sopprimere. Dopo che agli omicidi iniziarono a mancare le pallottole, in quel momento cominciarono a usare i coltelli, le lance e i “masu”, i bastoni ricoperti di chiodi. Ci furono assassini che inseguivano le perseguitate afferrando un cacciavite, un martello. Un disastro nazionale e crudelmente scrupoloso. I cumuli di morti iniziarono ad aumentare, ora dopo ora.

Il sindaco di Kigali, reclutò gli incarcerati, gli aveva fatto scavare nella zona esterna gigantesche fosse comuni per buttare le vittime, non voleva i contagi. I militari lanciarono bombe nelle chiese, dove i morti, congiuntamente a preti e missionari, si facevano forza pregando. I militari uccisero e massacrarono aumentando con competenza il martirio. Nei nuclei familiari, gli hutu dovettero optare tra l’uccidere la moglie o il marito oppure morire entrambi.

Romeo Delaire era un generale canadese, comandava il contingente dei caschi blu a Kigali. Guardò l’atto terroristico in televisione. Sul tavolino i telegrammi che avevano spedito settimane prima all’ufficio amministrativo delle Nazioni unite per avvertire che stava per accadere qualcosa di orrendo. Li aveva presi il suo superiore, l’uomo che guidava il dipartimento per le azioni di mantenimento della pace, era un africano. Aveva chiesto militari per requisire i depositi di armamenti per lo sterminio. Ricevette un telegramma con un no deciso e offensivo, la firma era di Kofi Annan.

Ottocentomila morti hanno portato il genocidio ruandese. Cui occorre inserire quelli della ritorsione dei tutsi giunti dal Ruanda. Diverse decine di migliaia, nessuno li ha mai calcolati, i loro scheletri si trovano nelle foreste del vicino Congo, dove avevano, inutilmente, desiderato riparo.

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