Uno dei cinque uomini sospettati di aver ucciso Boris Nemtsov, un ex poliziotto ceceno che risponde al nome di Zaur Dadayev, ha ritrattato la confessione. A dare la notizia, che contribuisce a gettare ulteriori ombre su una vicenda già oscura ed intricata, è il tabloid Moskovski Komsomolets. Una decisione avallata dalle parole di Andrei Babushkin, membro del Consiglio per i Diritti Umani del Cremlino, che ha ribadito alla stampa: “Ci sono motivazioni che ci hanno portati a credere che Zaur Dadayev abbia confessato sotto tortura”. Lo stesso Babushkin ha spiegato poi di avere visto con i propri occhi “numerose ferite” sul corpo del sospetto, dopo avergli fatto visita in prigione nella giornata di ieri.
Dadayev, ex membro di un reparto speciale della polizia cecena, risulta indagato per l’omicidio di Boris Nemtsov insieme ad altre quattro persone, tra le quali figura Anzor Gubashev, impiegato di un’agenzia di sicurezza privata a Mosca. Sebbene l’uomo avesse confessato di aver ucciso colui che rappresentava uno dei maggiori oppositori del Presidente Putin, lo stesso Zaur Dadayev ha poi affermato che quella confessione gli era stata estorta con la forza, rivelando di essere stato arrestato illegalmente nella regione di Ingushetia (a Nord del Caucaso) settimana scorsa. L’ex poliziotto ceceno ha quindi affermato di aver passato almeno due giorni ammanettato, con un sacco in testa.
“Mi gridavano tutto il tempo: <<Tu hai ucciso Nemtsov, non è vero?>>, ed io rispondevo <<No!>>”. Alla fine, secondo il racconto di Dadayev, la confessione sarebbe arrivata dietro la promessa di lasciare libero uno dei suoi ex colleghi del battaglione Sever arrestato insieme a lui, Ruslan Yusupov: “Mi hanno detto che se avessi confessato, l’avrebbero lasciato andare. Ho accettato. Pensavo che l’avrei salvato, e che mi avrebbero portato vivo fino a Mosca”. Queste le parole che Babushkin riferisce di aver udito da Zaur Dadayev, in merito alla sua confessione riguardo all’omicidio di Boris Nemtsov.
Ruslan Yusupov era sospettato di essere l’organizzatore del delitto, in quanto indirettamente molto vicino al leader ceceno Ramzan Kadyrov. Lo stesso Kadyrov aveva affermato che Zaur Dadayev, fervente musulmano, aveva riferito di essere adirato per la posizione assunta da Nemtsov in merito alla strage della rivista satirica Charlie Hebdo. Novaia Gazeta riporta inoltre che Aleksandr Bortnikov, capo dell’Fsb, aveva informato Putin riguardo alla lista di persone nel mirino dell’organizzazione cecena di Kadyrov. Tra questi figurerebbero personalità di spicco come Mikhail Khodorkovski, imprenditore russo di origini ebraiche (anch’egli, vuole il caso, grande oppositore di Putin, e vittima di uno dei più controversi processi politici della storia recente della Russia) ed il direttore di radio Eco Alexiei Venediktov.
Dmitry Peskov, diplomatico russo nonché portavoce ufficiale del Premier Putin, ha immediatamente smentito la tesi secondo cui il Cremlino fosse a conoscenza di un complotto di tali proporzioni. L’esistenza della cosiddetta “black list” che sarebbe stata inviata a Putin dai servizi segreti, è stata ritenuta “assurda” da Peskov, che ha poi affermato: “Non conosco i dettagli delle relazioni dei servizi segreti e degli organi di polizia al Presidente, ma non è neppure possibile renderli noti”.