Dallo Stato Islamico giungono voci di una spaccatura tra gli jihadisti ed i cosiddetti foreign fighters, i combattenti stranieri che hanno scelto di unirsi alla causa dei fondamentalisti islamici. A dare la notizia in anteprima è il Washington Post, che evidenzia il clima di tensione che si sta venendo a creare tra combattenti autoctoni ed alloctoni: ai secondi sarebbe infatti consentito di vivere all’interno delle città, laddove la situazione è più tranquilla, i bombardamenti della Coalizione sono più rari e meno intensi, e si respira un clima più rilassato. Per le milizie siriane vige invece l’obbligo di combattere al fronte in prima linea, dove la situazione è molto più drastica.
Un ulteriore motivo d’attrito è dato dal fatto che ai combattenti stranieri vengono corrisposti salari più alti, e ciò ha indispettito non poco i fondamentalisti locali, che rischiando molto di più vengono contemporaneamente pagati meno. A parlare di questa situazione al Washington Post è stata Lina Khatib, direttore del Carnegie Middle East Center di Beirut: “La principale sfida che oggi l’Isis deve affrontare è più interna che esterna stiamo assistendo a un crollo del principale cardine dell’ideologia dell’Isis, ossia unire persone di origine diversa sotto il califfato. Questo non avviene sul terreno. E li sta rendendo meno efficaci nell’azione di governo così come nelle operazioni militari”.
Una vera e propria faida intestina, che affligge direttamente lo strumento più potente in mano agli jihadisti dell’Isis: il reclutamento di terroristi stranieri. La situazione è critica, e rischia di far collassare il Califfato direttamente dall’interno, come continua a spiegare la stessa Khatib: “La tensione è provocata dal dissenso tra i miliziani locali e i foreign fighters, i volontari stranieri, ma anche dagli infruttuosi tentativi di reclutare cittadini pronti ad andare sulla linea del fronte […] la maggiore minaccia alla capacità dello Stato Islamico di perdurare sembra arrivare dall’interno, poiché le sue grandiose promesse non collidono con la realtà sul terreno”. Insomma, l’Isis sta iniziando a dover fronteggiare una delle più grandi piaghe del populismo e della propaganda demagogica: il prezzo delle promesse non rispettate.
Ma se tra i combattenti del posto si fanno strada sentimenti di insoddisfazione ed invidia nei confronti dei miliziani stranieri, considerati utili alla propaganda mediatica prima ancora che alla causa militare, e pertanto trattati con un occhio di riguardo, dall’altra sponda del fiume sono in molti i foreign fighters che hanno già iniziato a perdere fede nell’ideale del Califfato. Dalle province siriane di Deir al-Zour e Raqqa si registrano infatti vere e proprie ondate di disertori, scoraggiati anche dalla serie di sconfitte inanellate dai fondamentalisti islamici, che sono riusciti nell’impresa di farsi terra bruciata attorno e di non avere più alleati plausibili, grazie alla campagna di magnificazione delle crudeltà più efferate compiute dai fanatici, promossa proprio dall’Isis stesso.
La politica del terrore tanto cara ai fondamentalisti islamici sta quindi presentando un conto salatissimo, e se da fuori tutto il mondo si sta unendo per annichilire la minaccia rappresentata dagli invasati religiosi, ora anche dall’interno le crepe tra questi e gli unici alleati che erano loro rimasti, stanno facendosi sempre più marcate. Per citare qualche esempio, a Febbraio una quarantina di cadaveri è stata rinvenuta a Tabqa, nella provincia di Raqqa: secondo le fonti locali, si trattava proprio di un contingente (prevalentemente asiatico) di foreign fighters che aveva tentato la via della diserzione, ma era stato fermato prima di poter varcare il confine. Ragion per cui gli automezzi, nel Califfato, non possono più trasportare persone se non dispongono di un apposito permesso.
Anche lo Human Rights Watch, l’Osservatorio per i Diritti Umani, ha denunciato le esecuzioni sommarie di circa 120 jihadisti, perlopiù accusati di codardia; massacrati per aver cercato di fuggire dagli orrori dello Stato Islamico, e da una disfatta che, con il passare delle settimane, assume contorni sempre più definiti.