E’ arrivata in queste ore la notizia, proveniente dall’ambasciata iraniana, che escluderebbe per Soheil Arab l’eventualità della pena di morte. L’indiscrezione è stata poi confermata da Luigi Manconi, Presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato, il quale ha dichiarato che si tratta di “Un importante risultato al quale hanno contribuito Change.org e tutti coloro che si sono impegnati, con tutti i mezzi a disposizione, per affermare la priorità della vita umana”.
Soheil era stato incarcerato circa un anno fa, dopo essere stato tacciato di avere insultato il profeta Maometto; un reato per il quale in Iran, un Paese con una legislazione fondamentalista, è prevista la pena di morte. L’uomo, un blogger di 30 anni lontano ormai da più di un anno da sua moglie e dalla sua bambina di 5 anni, era stato infatti condannato alla pena capitale lo scorso 26 Novembre, per via di un post su Facebook nel quale venivano criticati sia la figura di Maometto, sia alcune personalità di spicco della politica iraniana.
Per avvalorare la sentenza di condanna a morte, le autorità dell’Iran avevano tentato di diffondere la calunnia tale per cui Soheil Arabi sarebbe uno stupratore. Un’accusa ridicola e priva di alcun fondamento, al punto che i servizi di sicurezza iraniani-pur volendolo-non sono riusciti nemmeno ad imbastire un’inchiesta a riguardo. Lo scopo della propaganda di regime era infatti semplicemente quello di screditare in qualsiasi modo il giovane blogger agli occhi del mondo. Una tattica che però non ha funzionato, tant’è che sono state ben 239.566 le firme raccolte nell’ambito della petizione lanciata da Sabri Najafi su Change.org, la maggior parte delle quali sono provenute dagli USA, dalla Francia e dall’Italia.
La condanna di primo grado alla pena capitale era stata comminata in seguito a confessioni estorte all’uomo sotto tortura, cosa poi denunciata anche dalla stessa moglie di Soheil, e lo stesso blogger non aveva mai potuto incontrare il suo avvocato, né provare ad imbastire la propria difesa fino al giorno del processo. L’uomo ora rimarrà in carcere per “insulti al profeta” e con l’accusa di “seminare corruzione sulla Terra”, per via delle tribali leggi con le quali gli estremisti governano l’Iran, con il pugno di ferro del fanatismo religioso. Ma quantomeno, grazie anche agli sforzi dei firmatari di tutto il mondo, è stata scongiurata la sentenza di morte. Una piccola vittoria, conseguita in un Paese in cui fatti di questo genere sono tristemente all’ordine del giorno.