E’ una deposizione-shock quella raccolta da una giuria inglese ieri: lo scenario è quello del processo per la morte del venticinquenne Christopher Rowley-Goodchild, avvenuta il 23 Giugno 2013 nella sua abitazione di Thames Street. Secondo le accuse Marianne Willoughby, 50enne madre della vittima, residente a Weybridge, una cittadina della contea di Surrey, avrebbe ucciso il figlio mediante la somministrazione di una massiccia dose di oramorph, un analgesico a base di oppioidi, resa ancor più letale dal fatto che il giovane fosse già ubriaco. L’omicidio sarebbe avvenuto per motivi incredibilmente futili: un paramedico ha riferito ieri alla giuria che, quando ha chiesto alla donna perché avesse letteralmente schizzato nella bocca di Christopher Rowley-Goodchild una quantità così grande di quel pericoloso medicinale, tanto più mentre il giovane aveva già ingerito cospiscue dosi di alcool, lei avrebbe risposto: “Lo sa, per farmi una risata”.
Il 25enne è quindi collassato, morendo dopo aver completamente perso conoscenza. I paramedici hanno provato disperatamente a salvargli la vita, ma al loro arrivo non c’era già più nulla da fare. La Willoughby è stata immediatamente fermata dagli agenti accorsi sulla scena del crimine, e sulla sua testa pende ora una pesante accusa di omicidio. Ma la donna ha poi negato davanti alla giuria di avere ucciso il figlio con le proprie mani. Il suo avvocato ha infatti sostenuto che sia stato proprio il ragazzo ad ingerire di sua spontanea volontà una quantità letale di oramporph.
Ma un testimone chiave smentisce categoricamente questa ipotesi: madre e figlio non erano infatti da soli il giorno del presunto omicidio, ma con loro c’era un amico del ragazzo, Kirk Ugle, che ha riferito come la donna avesse letteralmente spruzzato mediante una siringa l’oppiaceo all’interno della bocca di entrambi. “Ce l’ha schizzato in bocca-ha affermato Ugle-ed eravamo felici di prenderlo”. L’oramorph era stato prescritto a Marianne Willoughby per via dei forti dolori che soffriva al ginocchio. Lo stesso Ugle ha continuato dicendo che Christopher avrebbe ricevuto 5 o 6 dosi di oppiaceo nell’arco di un paio d’ore, tra le quali solo una autosomministrata.
Quando l’avvocato della donna ha chiesto al giovane perché non avesse riferito subito che fosse stata la madre del defunto Rowley-Goodchild a schizzare il medicinale nelle loro bocche, Ugle ha risposto che non l’aveva riferito alla polizia per non mettere la Willoughby nei guai. Stando alla ricostruzione ufficiale degli eventi, la i due avrebbero messo a letto la vittima in stato di incoscienza, senza rendersi conto che il ragazzo fosse effettivamente in pericolo di vita. Una volta accortisi che questi non respirava più, avrebbero chiamato l’ambulanza, accorsa sul luogo alle 4:20 di mattina, mentre la polizia sarebbe successivamente giunta sulla scena del presunto omicidio attorno alle 5:30.
Il processo nel frattempo, ormai agli sgoccioli, continuerà in questi giorni, e dovrebbe durare ancora circa una settimana.