UK: donna sfregiata rischia il carcere se non scriverà al suo aguzzino

In Inghilterra, una donna sfregiata e torturata per sette ore dall'ex fidanzato ora rischia la prigione, se non lo terrà costantemente aggiornato sui progressi dei loro figli

UK: donna sfregiata rischia il carcere se non scriverà al suo aguzzino

Ci sono sentenze che lasciano l’amaro in bocca, che fanno discutere, che danno la forte sensazione che giustizia non sia stata fatta. Ma ciò che sta accadendo a Natalie Allman, ventinovenne inglese madre di due figli, ha veramente dell’incredibile. Per capire meglio la vicenda, è tuttavia necessario fare un salto indietro di qualche anno. Nel 2012 Allman è stata vittima di un terribile atto di lucida crudeltà da parte dell’ex fidanzato, Jason Hughes, avvenuto in seguito alla loro separazione. La coppia avrebbe dovuto sposarsi due mesi prima di lasciarsi, ma gli atteggiamenti paranoici di Jason e la sua smisurata passione per l’alcool, hanno convinto la donna a troncare la relazione prima del “fatidico sì”. Lui, ex membro delle TA, le forze armate del Regno Unito, come spesso accade in casi del genere non la prese affatto bene.

Così quando scoprì che la donna stava iniziando a frequentare un altro uomo, entrò in casa sua e la immobilizzò al letto, attorno a mezzanotte. Ciò che seguì fu una vicenda degna del migliore (o peggiore, a seconda dei punti di vista) film splatter: la Allman venne legata, picchiata a mani nude e con altri oggetti contundenti, quindi Hughes afferrò il suo coltello dell’esercito e la sfigurò, tagliandole la gola da parte a parte, cercando persino di soffocarla ripetutamente con un cuscino. L’uomo si prese tutto il tempo per torturare l’ex fidanzata, assalendola per tre volte nell’arco della notte, fino alle sette di mattina. Quindi la abbandonò sul letto, sfregiata e in fin di vita. Sette ore di inenarrabile inferno, al quale assistettero anche i due figli Ethan e Timmy, all’epoca di soli due anni. La stessa donna riferirà poi “Uno dei nostri figli, Ethan, si svegliò e si mise a letto con me. Era completamente coperto del mio sangue”.

Al termine delle sevizie Natalie Allman, miracolosamente ancora viva (l’arteria carotidea non venne recisa per pochi millimetri) riuscì a chiamare i soccorsi. Jason Hughes venne dichiarato colpevole dell’accusa di lesioni aggravate volontarie, allo scopo di sfigurare l’ex partner (lo stesso ex militare ammise di averla volontariamente sfregiata a vita per gelosia, cosicché nessun altro uomo avrebbe più potuto trovarla attraente), e condannato a nove anni di prigione. E qui ha inizio il secondo calvario della Almann, ora costretta da un’ordinanza del tribunale a scrivere periodicamente al mostro che quella notte la sfregiò a vita, tagliandole la gola e torturandola per sette ore di fronte ai loro stessi figli. Il motivo? La sezione 8 del cosiddetto Children Act del 1989, in vigore Nel Regno Unito, che obbligherebbe la donna a scrivere a Jason Hughes sei volte all’anno delle lettere riguardanti i figli, con foto in allegato, costringendola inoltre a chiamarlo telefonicamente ad ogni Natale ed in occasione del compleanno dei bambini (gemelli), per mantenere i contatti tra le parti e rispettare il suo diritto alla paternità.

Una legge grottesca e paradossale, che costringe Natalie Allman a rivivere sistematicamente quell’incubo, senza poter chiudere con un passato che le si ripresenta periodicamente di fronte in tutta la sua brutalità, assurdamente supportato da tutti i crismi della legislatura in vigore. “Siamo noi le vittime, non lui. Pensavo che mi avrebbe uccisa senza una ragione quella notte-racconta la donna-ed i miei figli hanno visto tutto. Eravamo terrorizzati. Sono furiosa perché la legge continua a difendere i suoi diritti di padre, e gli è ancora permesso di controllarci anche da dietro le sbarre”. Ora Natalie, sfregiata nell’anima oltre che nel corpo, rischierebbe persino la galera, se si rifiutasse di rispettare la sentenza e di mantenersi in contatto con Jason Hughes.

“Non ho mai pensato neanche per un secondo che gli potesse essere garantita ogni qualsiasi forma di contatto con noi dopo ciò che ha fatto […] è così irreale che qualcuno possa davvero prendere le sue parti e continuare a difenderlo”. Ma quella legge è stata applicata alla lettera, e purtroppo “L’anno scorso, appena prima di Pasqua, sono stata convocata in tribunale”. Una vicenda scioccante, che ribadisce quella regola non scritta che determina l’esito delle sentenze, in ogni parte del mondo: nonostante tutte le ragioni che si possano addurre, e per quanto inoppugnabili esse siano, un buon avvocato vale sempre più di una buona legge.

Continua a leggere su Fidelity News