Una 31enne britannica, Stacey Sharples, è al centro di un procedimento che sta scuotendo il dibattito pubblico nel Regno Unito, perché per anni avrebbe usato siti e app di incontri per conoscere uomini e poi denunciarli ingiustamente per gravi reati a sfondo sessu@le, innescando arresti, indagini e mesi di forte @ngoscia per persone ritenute innocenti. Secondo l’accusa, le sue segnalazioni facevano parte di un vero e proprio “pacchetto di menzogne”, come lo ha definito il giudice che ora la considera una manipolatrice seriale e la vede a un passo dal c@rcere.
Sharples, residente a Farnworth, nell’area di Bolton, è madre di 31 anni e in tribunale ha ammesso i due capi di imputazione per intralcio alla giustizia, dopo aver presentato nel corso degli anni false denunce di violenz@ e coercizione sessu@le nei confronti di dieci uomini diversi. In origine i casi contestati erano diciannove, ma la procura ha scelto di concentrarsi su dieci episodi ritenuti sufficienti a rappresentare la gravità complessiva dei fatti. Le sue segnalazioni hanno innescato indagini lunghe e costose, con uomini trattenuti per ore o in custodia, mesi passati in libertà vigilata o sotto indagine, e un conto per i contribuenti stimato attorno alle 120 mila sterline tra attività di polizia, esami medici e spese legali.
Lo schema descritto dagli inquirenti è inquietante proprio nella sua ripetitività: Sharples agganciava gli uomini attraverso social e app come Plenty of Fish, Badoo o Facebook Dating, oppure tramite conoscenze occasionali nella vita di tutti i giorni. In alcuni casi i rapporti sessuali sarebbero stati consensuali, in altri si sarebbe trattato solo di conversazioni o di un aiuto chiesto per piccoli favori, come vendere un televisore o dare un passaggio in auto. Quando però l’uomo rifiutava di rivederla, si mostrava freddo o semplicemente interrompeva i contatti, la donna – secondo il pubblico ministero Mark Monaghan – reagiva denunciando presunti episodi estremi, arrivando persino a parlare di un gruppo di nove uomini @rmati di coltello.
Le accuse, poi risultate prive di fondamento, hanno lasciato segni profondi sugli uomini coinvolti. Alcuni hanno raccontato in aula di aver pensato al suicidio, altri di aver visto andare in frantumi relazioni, lavoro e reputazione a causa di indagini per reati sessuali che non avevano mai commesso. Nessuno dei denunciati è stato alla fine incriminato, perché le loro versioni si scontravano con messaggi, testimonianze e riscontri oggettivi che le smentivano, ma il tempo trascorso sotto la minacci@ di un’accusa così grave non è stato cancellato da un semplice proscioglimento. In questo quadro colpisce anche l’atteggiamento esibito dalla donna negli anni delle false denunce: secondo quanto emerso in tribunale, Sharples si sarebbe persino vantata con uno degli uomini che la polizia “non stava procedendo” contro di lei, aggiungendo che era “riuscita a farla franca, ancora una volta”. Dopo l’arresto, i detective avrebbero descritto una personalità fredda, abituata alla menzogna e incline a usare le istituzioni come strumento di vendett@ per rielaborare un passato difficile, argomenti ripresi dalla difesa che però non hanno convinto il giudice sulla possibilità di evitare il carcere.
Il caso di Stacey Sharples arriva in un contesto particolarmente delicato, in cui la lott@ alla violenz@ contro le donne convive con il timore che casi estremi di false denunce possano essere strumentalizzati per mettere in dubbio le testimonianze delle vere persone abusate. Il giudice Nicholas Clarke KC ha sottolineato in aula proprio questo punto, ricordando che le menzogne della donna non hanno danneggiato solo i singoli uomini coinvolti, ma anche la fiducia pubblica nelle indagini sui reati di genere e il lavoro di associazioni che si occupano di sostenere le persone che subiscono abusi autentici.
Reazioni analoghe arrivano dalle organizzazioni che lavorano sul tema: i loro portavoce ricordano come la credibilità del sistema dipenda sia dalla capacità di proteggere chi denuncia, sia dalla fermezza nel punire chi manipola lo strumento della giustizia per vendett@ o rancore personale. Mentre la 31enne resta in custodia in attesa della sentenza, attesa a marzo davanti alla Crown Court, la storia di Stacey Sharples si impone come monito su quanto possano essere dev@stanti le accuse infondate – per gli innocenti che le subiscono, per le vere persone abusate che rischiano di non essere credute e per un sistema giudiziario già sotto pressione. In gioco non c’è solo la punizione di una singola imputata, ma anche la fiducia collettiva nella capacità della giustizia di distinguere, con strumenti rigorosi, tra la voce di chi chiede protezione e quella di chi usa la menzogna come arm@.