OpenAI si prepara a vivere una fase di profonda trasformazione, che passa da due direttrici solo in apparenza distanti: l’ingresso nel mondo dell’hardware con un dispositivo inedito firmato insieme a Jony Ive e una possibile svolta nella monetizzazione di ChatGPT attraverso la pubblicità per gli utenti gratuiti. Due novità che raccontano molto delle ambizioni dell’azienda guidata da Sam Altman e del modo in cui l’intelligenza artificiale potrebbe uscire definitivamente dallo schermo per entrare nella vita quotidiana, sia come oggetto fisico sia come piattaforma economica sostenibile.
Da oltre un anno si parla del primo vero progetto hardware di OpenAI, sviluppato in collaborazione con uno dei designer più influenti degli ultimi decenni. Finora il massimo riserbo aveva alimentato ipotesi su wearable futuristici o dispositivi radicalmente nuovi, ma un recente rumor cambia completamente prospettiva. Secondo un leaker noto nel settore, il progetto, internamente chiamato “Gumdrop”, potrebbe essere una penna intelligente. Un’idea sorprendente nella sua semplicità, che però si inserisce perfettamente nella filosofia di Ive, da sempre attento a trasformare oggetti comuni in strumenti raffinati e centrali nell’esperienza d’uso. Una penna AI potrebbe diventare un ponte naturale tra il mondo analogico e quello digitale.
L’ipotesi più accreditata è quella di un dispositivo capace di digitalizzare gli appunti scritti a mano e trasformarli in testo strutturato, riassunti o promemoria, sfruttando le capacità di comprensione del linguaggio naturale di ChatGPT. Non solo scrittura: secondo le stesse indiscrezioni, il gadget potrebbe integrare anche una componente audio, aprendo a comandi vocali e risposte parlate, probabilmente in collegamento con uno smartphone. Un approccio ibrido che valorizzerebbe due modalità ancora centrali nel lavoro e nello studio, senza obbligare l’utente a indossare qualcosa o a cambiare radicalmente le proprie abitudini. La produzione del dispositivo dovrebbe essere affidata a Foxconn, partner storico di Apple e Google, con possibili stabilimenti in Vietnam o negli Stati Uniti.
Una scelta che sottolinea l’ambizione industriale del progetto e la volontà di muoversi su standard qualitativi elevati. La sfida, però, resta enorme. I primi tentativi di portare l’AI fuori dallo smartphone, come Rabbit R1 o Humane AI Pin, non hanno convinto, mostrando quanto sia difficile offrire un valore reale rispetto alle app già disponibili. Una penna AI potrebbe rappresentare una strada diversa, più specializzata e meno invasiva, coerente con l’idea di un’intelligenza artificiale “invisibile” evocata più volte da Altman e Ive.
Parallelamente, OpenAI riflette su un altro passaggio chiave: la monetizzazione di ChatGPT attraverso la pubblicità per gli utenti che non pagano un abbonamento. Le indiscrezioni indicano che l’azienda stia valutando con attenzione questa possibilità, pur senza annunci ufficiali. I numeri parlano chiaro: solo una piccola percentuale degli utenti sottoscrive un piano a pagamento, mentre la stragrande maggioranza utilizza il servizio gratuitamente, generando costi significativi. In questo contesto, la pubblicità appare più di una semplice opzione. ChatGPT rappresenta un potenziale enorme per gli inserzionisti, grazie alla capacità di comprendere interessi e contesto dell’utente. Proprio qui si gioca l’equilibrio più delicato. OpenAI sembra voler evitare un modello invasivo o poco trasparente, che rischierebbe di compromettere la fiducia nelle risposte del chatbot. L’idea sarebbe quella di mantenere risposte neutre e, solo in fase di approfondimento, introdurre contenuti sponsorizzati chiaramente identificabili. Un approccio prudente, che mira a differenziarsi dai colossi che dominano oggi il mercato pubblicitario.