Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran da oltre tre decenni, ha deciso di giocare d’anticipo. Secondo quanto riportato dal New York Times e confermato da tre fonti iraniane vicine alla leadership, il leader ottantaseienne avrebbe indicato tre autorevoli figure religiose come possibili successori, nel caso in cui dovesse perdere la vita in un’eventuale escalation militare con Israele.
Una mossa senza precedenti che testimonia la percezione concreta, da parte di Khamenei stesso, della crescente fragilità dello scenario regionale e dell’urgenza di garantire stabilità istituzionale anche in circostanze estreme. Il nome più atteso, quello del figlio Mojtaba — spesso al centro delle speculazioni come erede designato — è stato invece volutamente lasciato fuori dalla lista. Una scelta che, oltre a sorprendere, sembra voler spegnere le accuse di nepotismo che da anni accompagnano la figura del figlio del leader.
Mojtaba Khamenei, 54 anni, teologo e figura ben nota nei circoli conservatori e religiosi, nonostante la vicinanza al Corpo delle Guardie rivoluzionarie, non avrebbe mai goduto di un largo consenso popolare o politico, fattore che lo renderebbe una figura divisiva in un momento delicato per la Repubblica Islamica.
La lista dei possibili successori, tenuta riservata, sembra però includere tre nomi che ricorrono spesso nei corridoi del potere clericale iraniano: Alireza Arafi, direttore delle scuole religiose di Qom; Sadeq Larijani, ex capo della magistratura e uomo di peso all’interno del Consiglio dei Guardiani; e Ahmad Khatami, imam del venerdì di Teheran e noto esponente della corrente più intransigente del clero sciita.
Nessuno di loro appare, almeno per ora, come un candidato dominante, ma ciascuno rappresenta un equilibrio diverso all’interno dell’intricata architettura del potere iraniano. Parallelamente, fonti di Iran International riferiscono che Khamenei, attualmente trasferito in un bunker sotterraneo nel nord-est di Teheran insieme ai suoi familiari più stretti, avrebbe attivato un piano di continuità operativa delegando poteri strategici al Consiglio supremo delle Guardie rivoluzionarie.
Un’ulteriore misura cautelativa, concepita per garantire la gestione delle decisioni più delicate nel caso in cui il leader supremo dovesse risultare temporaneamente inabile o definitivamente assente. L’Assemblea degli Esperti, l’organo costituzionale incaricato della nomina del nuovo leader, sarebbe già stata informata dei tre nomi suggeriti da Khamenei. L’obiettivo è favorire una transizione rapida e ordinata, evitando vuoti di potere in un contesto reso ancora più instabile dalle tensioni militari e dalla recente scomparsa del presidente Ebrahim Raisi.