Continua la scia di violenze dei soldati israeliani ai danni dei civili palestinesi: lo scorso venerdì a Ramallah, capitale virtuale della Palestina, un alto ufficiale dell’esercito israeliano ha sparato alla schiena ad un 17enne responsabile di aver lanciato sassi contro il veicolo sul quale il militare stava viaggiando. L’uomo ha poi infierito sul corpo del ragazzino, prima di abbandonare la scena del delitto.
Mohammed Hani al-Kasbah, il giovane ucciso, aveva preso di mira il veicolo dell’esercito israeliano, mentre quest’ultimo stava attraversando il check point di Qalandia. Così Mohammed, insieme ad altri ragazzini, ha iniziato a scagliare pietre contro la jeep, finendo con l’incrinare il parabrezza. A quel punto la macchina si è fermata, ed un comandante di brigata dell’esercito israeliano sarebbe sceso (da solo, secondo le fonti di Israele), imbracciando un fucile.
Il giovane non ha fatto in tempo a fuggire: è stato investito da una raffica di proiettili alla schiena, mentre stava tentando di darsi alla fuga. Numerosi testimoni hanno assistito all’omicidio, ed hanno riferito che l’ufficiale non si è limitato a sparare al ragazzo, ma si è anche avvicinato per prenderlo a calci mentre stava morendo. Il responsabile del delitto ha tuttavia subito trovato la piena solidarietà del governo israeliano.
Il ministro dell’Istruzione Naftali Bennet, noto per le sue ideologie di estrema destra (un rapido identikit del personaggio era già stato effettuato in occasione della vittoria di Benjamin Netanyahu alle recenti elezioni Parlamentari), ha parlato così dell’accaduto: “Sono dalla parte di questo comandante, che ha coraggiosamente affrontato un terrorista per difendere la sua vita, e quella dei suoi compagni […] E’ proprio così che un comandante dell’Esercito israeliano dovrebbe agire”.
Già a Maggio Ayelet Shaked, figlioccia politica di Naftali ed attuale ministro della Giustizia di Israele, aveva pubblicamente invitato le forze israeliane a trattare qualsiasi palestinese come un “obiettivo militare”, definendo i bambini palestinesi “piccoli serpenti”.
Numerosi civili, presenti sulla scena al momento dell’esecuzione, hanno tuttavia testimoniato come a sparare non sia stato il solo Shomer (secondo versione del comandante, quest’ultimo sarebbe uscito dal veicolo solo per “rispondere alla sassaiola dei terroisti” in quanto temeva per la propria stessa vita), ma sia andata in scena una vera e propria battuta di caccia.
Queste le parole di Fadi Ziad, uno dei testimoni oculari dell’omicidio, impiegato presso una stazione petrolifera distante solamente poche decine di metri dalla scena del crimine: “C’erano tre ragazzini che stavano lanciando pietre contro la jeep. Non un’automobile normale, una blindata dell’esercito”. A quel punto il veicolo si è fermato e: “Sono scesi. Due soldati avevano l’elmetto, il terzo no, e sembrava più vecchio. Hanno iniziato a dare loro la caccia, ed erano a circa 10-15 metri dai ragazzi quando hanno aperto il fuoco”.
“Uno di loro è morto. Quando è caduto al suolo, il soldato senza l’elmetto gli si è avvicinato, l’ha guardato e l’ha preso a calci”. Mohammed Kasbah, il 17enne ucciso, non è l’unico della sua famiglia ad essere stato ucciso dall’esercito israeliano: il giovane aveva tre fratelli, ma due di loro furono massacrati in occasione delle rappresaglie dei militari di Israele contro i civili palestinesi, durante la “seconda Intifada” del 2000. Avevano rispettivamente 15 ed 11 anni.