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Uno studio australiano rivela che il Covid-19 potrà favorire l’insorgenza del Parkinson

Avendo ripercussioni a livello neurologico, alcuni ricercatori australiani del "Florey Institute of Neuroscience and Mental Health" sono convinti che nei prossimi anni il Covid-19 potrebbe aumentare l’incidenza del morbo di Parkinson.

Salute
Pubblicato il 24 settembre 2020, alle ore 12:05

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Uno studio australiano rivela che il Covid-19 potrà favorire l’insorgenza del Parkinson

La pandemia da Covid-19 può aumentare la possibilità di essere colpiti dal morbo di Parkinson. Ad esserne convinti sono gli scienziati australiani del Florey Institute of Neuroscience and Mental Health, entrati nel merito di cosa leghi due patologie che all’apparenza non avrebbero nulla in comune.

A ben guardare però, i punti di contatto sarebbero invece diversi. Sebbene non sia ancora chiaro come il virus Sars-CoV-2 colpisca il cervello e il sistema nervoso, il professor Kevin Barnham del Florey Institute ha dovuto constatare che “è acclarato che questo si verifichi”. Ne consegue che il virus può danneggiare le cellule cerebrali, dando vita ad un pericoloso processo neurodegenerativo. La perdita dell’olfatto come conseguenza del contagio, è un sintomo evidente dell’infiammazione che è la potenziale anticamera di altre malattie a livello neurologico.

Come approfondito dalla ricercatrice Leah Beauchamp, “riteniamo che la perdita dell’olfatto rappresenti un nuovo modo per rilevare precocemente il rischio di sviluppare la malattia di Parkinson”. Non a caso, la perdita dell’olfatto è un campanello d’allarme che si manifesta in circa il 90% delle persone che entrano nelle prime fasi del morbo, una circostanza che compare un decennio prima delle manifestazioni motorie riconducibili alla patologia.

Attendere fino a questo punto potrebbe essere altamente dannoso, perché comprometterebbe la possibilità di diagnosticare la malattia, intervenendo per rallentare gli effetti degenerativi. Da qui gli scienziati dopo aver lanciato il loro allarme sulle pagine del Journal of Parkinson’s Disease, non hanno escluso che la terza ondata di Coronavirus potrebbe manifestarsi in maniera silenziosa e subdola attraverso un apprezzabile aumento dei casi di Parkinson.

Guardando poi al passato, emblematico è il caso dell’influenza spagnola che colpì il mondo nel 1918. Anche in quella circostanza, nel giro di cinque anni il rischio di sviluppare il morbo di Parkinson aumentò da due a tre volte. Da qui il compito della scienza è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica, largamente convinta che il morbo di Parkinson sia una malattia legata alla vecchiaia. Ne consegue che se il mondo è stato colto alla sprovvista la prima volta, con l’esperienza maturata si può far in modo di non ripetere gli errori commessi un secolo fa.

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Cosa ne pensa l’autore
Antonio Sorice

Antonio Sorice - L’associazione identificata dai ricercatori australiani ha un sua logica. Il Covid-19 ha degli effetti devastanti a breve termine, ma guardare il tutto nell’ottica del breve periodo sarebbe pericoloso. Detto in altre parole, dobbiamo preventivare la possibilità che nei prossimi anni si possano manifestare delle ulteriori ed imprevedibili conseguenze. L’esperienza dell’influenza spagnola deve insegnarci a muoverci in tempo, non sottovalutando i campanelli d’allarme.

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