Pisa: donna curata per un linfoma inesistente

Diagnosi errata per una paziente che si è sottoposta inutilmente a chemioterapia per quattro anni. Azienda ospedaliera di Pisa condannata a pagare 470 mila euro

Pisa: donna curata per un linfoma inesistente

Era il 2006 quando a seguito di una visita all’ospedale di Volterra Daniela Montesi veniva prima ricoverata e poi invitata a seguire l’iter terapeutico per un linfoma intestinale all’ultimo stadio. Inizia così il trattamento chemioterapico, e la terapia cortisonica e steroidea a dosi elevate dal gennaio 2007 fino al maggio del 2011.

Nel maggio del 2011 però la donna scopre con una biopsia ossea, eseguita presso il dipartimento di medicina interna e specialità mediche di Genova, che non esiste alcun linfoma. Ora la corte d’Appello di Firenze ha stabilito che l’azienda ospedaliera universitaria pisana le dovrà pagare a titolo di risarcimento danni circa 470 mila euro, spese legali comprese.

La donna, a causa delle terapie assunte, aveva iniziato a soffrir di alterazione dell’equilibrio ormonale, osteoporosi, con episodi di fratture, stato depressivo e ansioso, oltre che di ulteriori patologie derivanti dallo stato di immunodepressione, e altri malesseri rari per i quali si erano resi necessari ulteriori interventi. Un quadro clinico che ha portato la donna a numerosi ricoveri in ospedale, con cure sempre più dure dopo che terapie e farmaci somministrati in passato hanno rovinato il suo organismo.

Quando la signora ha intrapreso il suo scontro giudiziario, l’azienda si è difesa affermando che si trattava di un quadro clinico complesso, difficile da diagnosticare e rivendicando comunque la correttezza della terapia praticata. Ma la consulenza tecnica disposta dal tribunale ha stabilito che non vi fosse necessità di curare la paziente in quel modo perché l’ipotesi di linfoma non era avvalorata né dai risultati di esami e visite, né dai sintomi lamentati dalla paziente.

Alla fine la sentenza della Corte d’Appello ha stabilito un’invalidità permanente del 60% e non del 40%, come deciso dal tribunale in primo grado, e riconosciuto la “personalizzazione del danno“, a seguito dello stravolgimento che la donna ha subito, non solo dal punto di vista psicologico ma anche nella vita quotidiana.

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