Dai dati emersi da un’indagine condotta da SIEDP, la Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia pediatrica, in occasione della settimana mondiale della Tiroide in programma da lunedì 18 maggio, è stato evidenziato come una donna su tre non sappia che durante la gravidanza raddoppia il fabbisogno di iodio.
Di queste donne nove su dieci non si preoccupano se il bimbo assume un’adeguata quantità di iodio attraverso l’alimentazione, e crede che il sale marino ne contenga abbastanza.
Lo iodio è un sale minerale importante per preservare da alcune malattie, tra cui quelle tiroidee, ed è proprio qui che si concentra lo iodio, nella formulazione di due ormoni, triiodiotironina e tirosina, che gestiscono tra gli altri anche lo sviluppo del sistema nervoso centrale e l’accrescimento corporeo.
Secondo l’OMS la mancanza di iodio provoca diverse patologie come l’iper o l’ipoproduzione di ormone tiroideo da parte della ghiandola. Dunque, una carenza di ormone tiroideo durante la gravidanza può avere effetti negativi anche nella maturazione dell’encefalo. Un’altra patologia legata alla carenza di iodio è il gozzo, che è un aumento di volume della tiroide, e che con il tempo può portare alla formazione di noduli che per fortuna nella maggior parte dei casi sono di natura benigna.
Secondo le stime attuali un neonato su 3 mila nasce con una forma di malattia tiroidea. La colpa può anche essere dei pediatri che non segnalano quasi mai alle madri la probabile carenza di iodio del neonato. A questo si aggiunge il fatto che il 93,3% delle giovani mamme italiane non sa quanto iodio assuma il loro bambino.
Per prevenirne la carenza è bene consumare sale iodato: basta assumerne giornalmente 150 microgrammi per gli adulti, 175 microgrammi per le donne incinte e 200 microgrammi per le donne che allattano. Negli Stati che da tempo hanno adottato adeguate campagne di iodoprofilassi è stato accertato che i casi di “gozzo” si sono ridotti drasticamente.