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Dietrofront sullo smog, non favorisce la diffusione del Coronavirus

A differenza di quanto sostenuto durante la prima ondata della pandemia, il particolato atmosferico e il Coronavirus non interagiscono tra di loro. Ad arrivare a tale conclusione è stata una ricerca condotta dal Cnr e dall’Arpa Lombardia.

Salute
Pubblicato il 8 gennaio 2021, alle ore 12:08

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Dietrofront sullo smog, non favorisce la diffusione del Coronavirus

Quando all’inizio della pandemia il virus si era rapidamente diffuso in Veneto e Lombardia, in molti avevano ipotizzato una correlazione tra inquinamento e Coronavirus. Oggi, a distanza di quasi un anno da quella drammatica prima ondata, uno studio dell’Istituto di scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Isac) e dell’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Lombardia, ha invece smentito l’esistenza di un rapporto tra questi due fattori.

La ricerca pubblicata su Environmental Research, analizzando i livelli di inquinamento di città come Milano e Bergamo, è arrivata alla conclusione che il particolato atmosferico e il virus non interagiscono tra di loro. Come fatto presente da Daniele Contini, ricercatore del Cnr-Isac di Lecce, stimando le concentrazioni di particelle virali presenti nell’atmosfera di queste due città in relazione al numero di persone positive, anche nel peggiore dei scenari si sarebbe giunti a concentrazioni molto basse, “inferiori a una particella virale per metro cubo di aria”.

In tali circostanze, pur ipotizzando una quota di infetti pari al 10% della popolazione, valore dieci volte superiore a quello attualmente rilevato, per inspirare una singola particella virale, a Milano sarebbero necessarie 38 ore di esposizione, valore che sale addirittura a 61 nel caso della città di Bergamo.

Come noto, una singola particella non è però sufficiente a innescare il contagio. Affinché ciò avvenga, è necessario un tempo medio di esposizione tra le 10 e le 100 volte più lungo di quello di una singola particella. In altre parole sarebbero necessarie decine di giorni di esposizione outodoor continuativa. Ne consegue che come precisato dagli autori dello studio, “la maggiore probabilità di trasmissione in aria del contagio, al di fuori di zone di assembramento, appare dunque essenzialmente trascurabile”.

Vorne Gianelle, responsabile del Centro specialistico di monitoraggio della qualità dell’aria di Arpa Lombardia, ha poi sottolineato che per raggiungere il 50% di probabilità di individuare il Sars-CoV-2 nei campioni giornalieri di PM10 di Milano e Bergamo, il numero di contagiati dovrebbe raggiungere rispettivamente il 3,2% e il 5,2% della popolazione urbana. Identificare la presenza del virus nell’aria non sarebbe quindi un “metodo efficace di allerta precoce per le ondate pandemiche”.

Franco Belosi del Cnr-Isac di Bologna, ha pertanto concluso dichiarando che la probabilità che le particelle virali presenti nell’atmosfera arrivino a formare degli agglomerati con il particolato atmosferico “è trascurabile anche nelle condizioni di alto inquinamento tipico dell’area di Milano in inverno”.

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Cosa ne pensa l’autore
Antonio Sorice

Antonio Sorice - Per molti mesi siamo stati indotti a credere che l’inquinamento potesse essere un veicolo di trasmissione della pandemia. Lo smog che caratterizza la Pianura Padana sembrava dare una risposta alla maggiore vulnerabilità di chi vive in questa zona, ma a quanto pare, tenendo conto di questa ricerca, per capire perché la Lombardia sia stata pesantemente colpita dal virus bisognerebbe cercare altrove.

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