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Coronavirus, OMS a favore dei volontari sani infettati per accelerare lo sviluppo del vaccino

L'Organizzazione Mondiale della Sanità è favorevole all'utilizzo di volontari sani che si fanno infettare appositamente per aiutare gli scienziati a sviluppare il vaccino contro il Covid-19.

Salute
Pubblicato il 9 maggio 2020, alle ore 10:40

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Coronavirus, OMS a favore dei volontari sani infettati per accelerare lo sviluppo del vaccino

L’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che avere dei volontari che si facciano infettare appositamente dal Covid-19 potrebbe rappresentare un aiuto nello sviluppo del vaccino contro il nuovo Coronavirus. Sono state rilasciate, infatti, delle linee guida che confermerebbero i pericoli corsi dai pazienti che si sottoporranno a questo trattamento.

Questa tecnica si chiama Challenge Trials ed è un approccio piuttosto comune per lo sviluppo del vaccino: anche quelli contro la malaria ed il tifo, ad esempio, sono stati sviluppati in questo modo. Tuttavia in questi ultimi casi esistevano dei trattamenti nel caso in cui i pazienti si ammalassero gravemente. Nel caso del Covid-19, invece non c’è una “dose sicura” per non correre rischi e potenzialmente se la situazione dovesse sfuggire di mano, non ci sono trattamenti idonei.

Il motivo che spinge gli scienziati a proporre questa idea consiste nel fatto che il tasso di mortalità per ragazzi di 20 anni è di circa 1 su 3000 casi. Pertanto, si tratta di un tasso di mortalità prossimo a quello di una donazione di un rene. La differenza tra le due operazioni è che nel caso del rene, si salva una sola persona, mentre nel caso del Covid-19, si andrebbe a salvare un’intera comunità.

Il Prof Nir Eyal, direttore del Center for Population – Level Bioethics della Rutgers University negli Stati Uniti, ha affermato che una volta che si pensa a quanto appena detto, è più “facile” accettare questo tipo di sacrificio. L’OMS ha pubblicato 8 punti che renderebbero eticamente corretto il processo di infettare persone sane per il vaccino. Tra essi c’è l’obbligo di usare persone con un’età compresa tra i 18 e i 30 anni, in quanto il rischio di mortalità è decisamente più basso.

Di solito per i vaccini bisogna effettuare numerosi test e questo può comportare un tempo di sviluppo di diversi mesi. Invece, con le challenge trials, si necessiterebbe di 100 volontari e in poche settimane si inizierebbero a vedere già risultati concreti. La parte difficile è stabilire una dose che consenta l’infezione, senza però renderla pericolosa. Un’altrà difficoltà sarebbe quella di limitare il contagio ai soli volontari, senza che essi involontariamente contagino le persone che circondano il paziente.

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Cosa ne pensa l’autore
Francesco Menna

Francesco Menna - Non essendo un esperto del settore, non avevo mai sentito parlare di un trattamento simile, cioè farsi contagiare appositamente dagli scienziati per sviluppare un vaccino contro una determinata malattia o infezione. Sarà interessante vedere come procederanno gli scienziati: se riusciranno a definire questa dose non pericolosa e se effettivamente ridurrà i tempi necessari per lo sviluppo della cura.

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