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Arrivano i primi neuroni artificiali in silicio

Alcuni scienziati dell'Università di Bath, sono riusciti a ricreare in laboratorio dei neuroni artificiali (chip) realizzati in silicio. Si apre così la strada alla possibile cura dell'Alzheimer.

Salute
Pubblicato il 10 dicembre 2019, alle ore 09:35

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Arrivano i primi neuroni artificiali in silicio

Gli scienziati sono stati in grado di creare delle cellule nervose artificiali, aprendo così la strada a nuovi modi per riparare il corpo umano. I piccoli “chip cerebrali” si comportano come delle cellule nervose vere e proprie ed un giorno, potrebbero essere usati per curare malattie molto discusse e pericolose come il morbo di Alzheimer.

Un team dell’Università di Bath ha usato una combinazione di matematica, calcolo e progettazione di chip per trovare un modo per replicare in forma di circuito ciò che le cellule nervose (neuroni) fanno naturalmente. I neuroni portano segnali da e verso il cervello e il resto del corpo. Questo interesse nel ricrearli è particolarmente importante nel momento in cui si parla di potenziali cure legate ai processi degenerativi del nostro cervello.

Il professor Alain Nogaret, del dipartimento di Fisica di Bath, ha detto che la novità della loro ricerca è stata quella di trasferire le proprietà elettriche delle cellule cerebrali su circuiti sintetici fatti di silicio. Creare dei neuroni artificiali che rispondano ai segnali elettrici del sistema nervoso è stato un obiettivo di lunga data in medicina.

Le sfide comprendevano la progettazione dei circuiti e la ricerca dei parametri che fanno sì che i circuiti si comportino come veri e propri neuroni. I ricercatori hanno replicato due tipi di neuroni, comprendendo le cellule dell’ippocampo, un’area del cervello che gioca un ruolo importante nella memoria e le cellule cerebrali coinvolte nel controllo della respirazione.

Il professor Nogaret afferma che la fisica si basa solo su una piccola parte della verità sul corpo umano, quasi solo dell’aspetto fisico e delle proprietà elettromeccaniche. Il resto non gli interessa perché ancora non è stato compreso. Quello che si sa è invece quale parte del cervello “si illumini” quando sembra che ricordiamo. Il che può significare di tutto, che quella parte contenga meccanismi per ricordare, che sia un punto di passaggio ed elaborazione di dati che fanno parte della memoria oppure altri processi, ma non significa per forza che quella parte contenga la memoria.

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Cosa ne pensa l’autore
Carlo Crescenzi

Carlo Crescenzi - Non saprei dire, mi auguro che questa scoperta sia effettiva e che, man mano, il suo impiego nel campo delle neuroscienze e della medicina si diversifichi sempre più. È già importante il fatto che in futuro possa contribuire a curare l'Alzheimer, sarebbe splendido se potesse rivelarsi utile a curare anche altre malattie e disturbi del cervello, come ad esempio le malattie mentali, e riparare ogni parte del corpo umano. Ma immagino che adesso siamo ancora agli inizi.

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