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Il disastro di Chernobyl ha permesso di scoprire la capacità di adattamento delle piante

La tragedia di Chernobyl del 1986 ha dimostrato una insospettabile oltre che tenace resistenza delle piante di fronte agli eventi disastrosi. Per gli scienziati tutto ciò avrebbe una ben precisa spiegazione: ecco quale sarebbe.

Natura e Animali
Pubblicato il 16 luglio 2019, alle ore 01:06

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Il disastro di Chernobyl ha permesso di scoprire la capacità di adattamento delle piante

L’esplosione del reattore di Chernobyl, oltre a sensibilizzare l’intera umanità sul problema delle radiazioni nucleari, ha anche lanciato l’allarme sulle mutazioni genetiche. Non sorprende quindi che le sostanze immesse nell’aria subito dopo lo scoppio del reattore numero 4 siano state additate come responsabili dell’insorgere di diverse malattie, in primo luogo i tumori. Ma osservando le conseguenze del disastro a più di tre decenni di distanza, si scopre che a differenza dell’allarmismo della prima ora, flora e fauna non hanno risposto alla stessa maniera.

La capacità di adattamento delle piante si è dimostrata molto più elevata, frutto di una flessibilità su cui uomini e animali non hanno invece potuto contare. Se si escludono i pini della Foresta Rossa presenti nel raggio di 4 chilometri dalla centrale, che con il tempo morirono non prima di aver cambiato colore, nelle zone immediatamente più prossime a quelle colpite, i danni alla vegetazione sono stati davvero limitati. Seppur considerate delle zone altamente contaminate, qui piante e alberi non solo sono sopravvissuti, ma hanno anche avuto modo di crescere in barba alle conseguenze del fallout nucleare.

Alla luce di queste osservazioni, un’attenta analisi pubblicata su The Conversation è giunta alla conclusione che le piante sono davvero dure a morire. Rispetto agli animali che possono muoversi ma che come svantaggio dispongono di un maggior numero di organi e tessuti da monitorare per rimanere in vita, le piante dimostrano una stupefacente capacità di adattamento alle condizioni climatiche in cui vivono. Ma non c’è solo questo: le piante hanno anche una maggior capacità di ricreare le proprie cellule in ragione dell’ambiente in cui si trovano.

Un albero può rispuntare anche semplicemente da una radice o da un fusto, cosa impossibile nel mondo degli animali. Riparare dei tessuti morti o danneggiati è invece molto più semplice per le piante, che nel caso di Chernobyl potrebbero aver riattivato dei meccanismi di antica data, gli stessi utilizzati in altre ere geologiche, quando il livello di radioattività del nostro pianeta era diverso da quello che conosciamo oggi. Da qui si spiega perché le piante possono tranquillamente sopravvivere alla luce diretta del sole e perché le foreste della zona off limits di Chernobyl siano ricresciute così in fretta.

Il segreto è riconducibile proprio alla loro flessibilità, che li riparerebbe anche in caso di tumore. In questa circostanza, le piante riuscirebbero a circoscrivere il tessuto malato riparando il dna danneggiato, avendo così modo di sopravvivere. Come se poi non bastasse, si è scoperto che anche le foglie e i rami che cadono nella Foresta Rossa hanno un periodo di decomposizione più lungo rispetto al normale. La spiegazione sarebbe in questo caso molto semplice: le radiazioni hanno colpito in maniera più forte insetti e lombrichi, che non hanno più avuto modo di intervenire efficacemente nel processo di marcescenza dei materiali che cadono al suolo.

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Cosa ne pensa l’autore
Antonio Sorice

Antonio Sorice - La conclusione qui raggiunta ha una sua logica: gli animali hanno organi e tessuti di vario tipo che devono funzionare come un orologio, diversamente un singolo problema può portare alla morte. Le piante dal canto loro non hanno necessità di tutta questa sincronia, ragion per cui possono dedicare le proprie energie altrove, ad esempio per adattarsi rapidamente alle condizioni presenti nel luogo in cui si trovano. A salvarle è stata questa loro rapida flessibilità, che gli uomini e gli animali non hanno.

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