Fuga dei cervelli: i giovani laureati e gli orti urbani biologici… all’estero

Prima erano i ricercatori, poi i laureati in cerca di un lavoro inerente a ciò che per anni avevano studiato nelle nostre università. Ora, a scappare all'estero in cerca di nuove speranze e di una nuova vita sono anche i giovani coltivatori, in fuga da un Paese che non ha più fiducia nei progetti degli altri

Fuga dei cervelli: i giovani laureati e gli orti urbani biologici… all’estero

In questi ultimi anni la cultura degli orti urbani si sta diffondendo a macchia d’olio anche nel nostro Paese, affondando le sue radici soprattutto tra i giovani. Se un tempo lavorare la terra era spesso e volentieri un lavoro che apparteneva alla tradizione delle famiglie di agricoltori che abitavano le campagne italiane, ed era sovente visto come una condizione da cui le generazioni più giovani avrebbero dovuto riscattarsi attraverso anni e anni di studi in licei e università, ora le cose sembrano essere cambiate. Sono sempre più, infatti, i ragazzi e le ragazze che scelgono di intraprendere la strada della coltivazione di ortaggi e frutta in orti urbani, nel nostro Paese ma anche all’estero.

La “fuga dei cervelli” dall’Italia non riguarda più solamente i laureati che decidono di trasferirsi altrove per aver maggiori possibilità di trovare un lavoro inerente a quello che hanno studiato per anni nelle nostre università, né i migliaia di ricercatori italiani che ogni anno espatriano nella speranza di trovare i fondi e l’appoggio necessari per le loro ricerche in un altro Paese, dopo che sono stati delusi anche su questo piano dall’Italia. La “fuga dei cervelli” riguarda ora anche laureati giovani – e meno giovani – che si spostano all’estero delusi dal mondo accademico e vogliosi di iniziare una nuova vita lontano dai ritmi pressanti delle città, in cui studio e lavoro diventano spesso alienanti e non lasciano alcuna possibilità di coltivare se stessi, i propri interessi e le proprie passioni.

Questi giovani migranti italiani sono sempre di più, e tra questi c’è anche Marco Pressacco, trentenne friulano laureato in Storia all’Università degli Studi di Padova, che ha raccontato la sua storia in un’intervista rilasciata a il Fatto Quotidiano. Marco, trasferitosi a Pechino nel 2012 per preparare la tesi, aveva ottenuto un lavoro come insegnante di italiano proprio nella grande metropoli cinese, ma l’aveva poi abbandonato perché la vita in quella città si era rivelata troppo alienante per lui. Tornato in Italia per un periodo, il giovane si è poi trasferito a Valencia, dove dallo scorso autunno lavora con Bert Vander Vennet – un ragazzo belga conosciuto sul posto – in un orto ecologico che i due coltivano avendo a disposizione solamente tre vanghe, tre zappe e un furgone, oltre al lavoro delle loro braccia.

Come spiegato dal giovane friulano a il Fatto Quotidiano, “Un’idea come quella di Bert sarebbe vista dalle mie parti con scetticismo e diffidenza. Ci taccerebbero di essere rivoluzionari comunisti“, mentre a Valencia esiste una rete sociale che in Italia manca, cosa che rende molto difficile la realizzazione di progetti come quello portato avanti da questi due ragazzi, che se all’inizio passavano intere giornate a lavorare la terra per riuscire a produrre sì e no un paio di cassette di raccolto al mese, ora riescono a vivere vendendo i loro prodotti ad alcune famiglie locali, un paio di ristoranti e un negozio biologico.

Anche in questo caso, a far scappare i giovani dal nostro Paese è un modo di pensare sbagliato insito ormai nella società. Anche in Spagna il tasso di disoccupazione è molto alto ma, come ha raccontato Marco nella sua intervista, lì c’è “un modo diverso di buscarse la vida. Oltre all’ottimismo, c’è anche la convinzione che il cambiamento parta dalla fiducia verso i progetti degli altri, in particolare quello che prevedono cooperazione.”

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