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La tecnologia Clean Up non risolverà il problema della plastica negli oceani, lo dice uno studio

In seguito all'aumento dell'inquinamento di plastica, secondo uno studio condotto da esperti, sembra che neanche Clean Up, una tecnologia di pulizia, possa aiutare e fare molto contro tutti i rifiuti che ogni anno sono in mare.

Ambiente
Pubblicato il 27 agosto 2020, alle ore 10:03

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La tecnologia Clean Up non risolverà il problema della plastica negli oceani, lo dice uno studio

I dispositivi di pulizia, come l’ultima tecnologia Clean Up che raccolgono i rifiuti dalla superficie dell’oceano non risolveranno il problema dell’inquinamento da plastica, secondo un nuovo studio. I ricercatori hanno confrontato le stime dei rifiuti di plastica attuali e futuri con la capacità dei dispositivi di pulizia galleggianti di raccoglierli e hanno scoperto che l’impatto di tali dispositivi è stato “molto modesto”.

Tuttavia, le barriere fluviali potrebbero essere più efficaci e, sebbene non abbiano alcun impatto sulla plastica negli oceani, potrebbero ridurre l’inquinamento in modo significativo se utilizzate insieme a questa nuova tecnologia che si occupa di pulire gli oceani dai rifiuti. I risultati sono emersi in seguito a uno studio condotto dall’Università di Exeter, dal Leibniz Center for Tropical Marine Research, dal Leibniz Institute for Zoo and Wildlife Research, dalla Jacobs University e Making Oceans Plastic Free. Si concentra sulla plastica galleggiante, poiché i rifiuti sommersi sono difficili o impossibili da rimuovere a seconda delle dimensioni e della posizione.

Gli autori stimano che la quantità di plastica che raggiunge l’oceano raggiungerà il picco nel 2029 e che la plastica di superficie da sola raggiungerà più di 860.000 tonnellate – più del doppio di 399.000 quantità che sono state stimate – entro il 2052 (quando una ricerca precedente suggeriva che il tasso di inquinamento da plastica si sarebbe abbassato), per non parlare poi del problema della micro plastica. 

L’anno scorso, un gruppo di appassionati subacquei australiani  ha trovato una borsa di plastica KFC risalente agli anni ’70 durante una pulizia oceanica dalle acque al largo di Bulcock Beach nel Queensland e durante un’immersione sul fondo della Fossa delle Marianne, la regione più profonda degli oceani terrestri – è stato trovato un sacchetto di plastica.

Jesse Abrahms, responsabile del Global Systems Institute all’Università di Exter, ha affermato che “il messaggio importante di questo studio è che non possiamo continuare a inquinare gli oceani e sperare che la tecnologia rimetta tutto in ordine.  Anche se potessimo raccogliere tutta la plastica negli oceani, cosa che non possiamo, è davvero difficile da riciclare, specialmente se i frammenti di plastica hanno galleggiato per molto tempo e sono stati degradati o sporchi”. 

Le altre soluzioni principali sono seppellirlo o bruciarlo, ma seppellirlo potrebbe contaminare il terreno e bruciarlo porta a ulteriori emissioni di CO2 nell’atmosfera. Recentemente, le iniziative private che propongono di raccogliere la plastica dagli oceani e dai fiumi hanno ottenuto un’ampia attenzione. 

Uno di questi progetti, chiamato The Ocean Cleanup, mira a ripulire la “zona di immondizia del Pacifico” nei prossimi 20 anni utilizzando barriere galleggianti di 600 metri per raccogliere la plastica per il riciclaggio o l’incenerimento a terra.Il documento, pubblicato sulla rivista Science of the Total Environment, ha analizzato l’impatto della distribuzione di 200 dispositivi di questo tipo, funzionanti senza tempi di inattività per 130 anni, dal 2020 al 2150. In questo scenario, i detriti di plastica galleggianti globali sarebbero ridotti di 44.900 tonnellate metriche – poco più del 5% del totale globale stimato entro la fine di quel periodo.

“L’impatto previsto di dispositivi di pulizia sia singoli che multipli è molto modesto rispetto alla quantità di plastica che entra costantemente nell’oceano”, ha affermato il dottor Sönke Hohn, del Leibniz Center for Tropical Marine Research. Questi dispositivi sono anche relativamente costosi da produrre e mantenere per rimuovere le unità di plastica.

Poiché la maggior parte della plastica entra negli oceani attraverso i fiumi, gli studiosi affermano che un “arresto completo” di tale inquinamento che entra nell’oceano utilizzando le barriere fluviali – specialmente nei fiumi inquinanti – potrebbe prevenire la maggior parte dell’inquinamento che rischia di subire un peggioramento nei prossimi decenni. 

Tuttavia, data l’importanza dei grandi fiumi per la navigazione globale, è improbabile che tali barriere vengano installate su larga scala. Data la difficoltà del riciclaggio e gli impatti negativi del seppellire o bruciare la plastica, lo studio afferma che ridurre lo smaltimento e aumentare i tassi di riciclaggio sono essenziali per affrontare l’inquinamento degli oceani.

Lavorare con i partner locali, l’implementazione della nostra campagna Tasini in Indonesia ha finora contribuito a impedire che circa 20 milioni di sacchetti di plastica e 50.000 bottiglie di plastica finissero nelle zone costiere e nell’oceano.

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Cosa ne pensa l’autore
Simona Bernini

Simona Bernini - In base a questo studio, sembra che le prospettive non siano affatto incoraggianti. Neanche la tecnologia può fare niente contro l'inquinamento della plastica che sta invadendo i nostri mari. Credo che, per quanto possibile, l'unica soluzione sia adottare il buon senso cercando di smaltire i rifiuti e usare un po' di accortezza per il benessere dell'ambiente e di noi tutti.

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