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In Giappone sarà nuovamente legale la caccia alle balene

Il governo di Tokyo, dopo il ritiro del paese dalla commissione internazionale, ha concesso la ripresa della caccia ai cetacei dopo 30 anni, scatenando critiche e proteste in tutto il mondo.

Ambiente
Pubblicato il 1 luglio 2019, alle ore 19:34

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In Giappone sarà nuovamente legale la caccia alle balene

Una flotta di cinque baleniere, partita dalle regioni di Hokkaido ed Aomori, ha catturato i primi esemplari di balene per scopi commerciali, dopo lo stop a tale attività firmato nel 1982.

Nonostante il grande criticismo internazionale a riguardo, il ministro dell’Agricoltura, delle Foreste e della Pesca, Takamori Yoshikawa ha fissato a 227 il limite di esemplari catturabili dal 1 luglio al 31 dicembre del corrente anno.

Tale quota comprende: 52 balene Minke, 150 balenottere di Bryde e 25 balenottere boreali. La caccia avverrà entro i limiti della zona economica giapponese e non più nell’oceano Antartico, come specificato dallo stesso ministro che aggiunge: «Da oggi chiedo ai cacciatori di catturare le balene in osservanza della quota e puntare ad un ritorno di questa industria della caccia alla balena». I primi segnali che lasciavano presagire una ripresa di tale attività si erano già avvertiti alla fine del 2018.

Dallo scorso dicembre, infatti, il paese asiatico ha cessato di fare parte della commissione internazionale (Iwc) che vieta la caccia alle balene dopo 31 anni di interruzione alla caccia dei cetacei. In realtà, sin dal 1986, una quota di balene ha continuato ogni anno ad essere catturata anche se, ufficialmente, per il perseguimento di finalità legate alla ricerca scientifica.

Ciò ha portato, nel 2014, ad una condanna del Giappone da parte della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja in seguito alle denunce di Australia e Nuova Zelanda che si basavano sui rapporti dell’organizzazione ambientalista Sea Sheperd.

Si accusava il paese nipponico di aver violato la Convenzione internazionale sulla regolamentazione della caccia alle balene e la convenzione internazionale sulla tutela dell’ambiente marino. Verificata l’esistenza di tali violazioni, la Corte dell’Aja condannò il Giappone, con il conseguente trionfo degli ambientalisti, confermando l’assenza di scopi scientifici in tale attività. 

Nonostante tutto, tale pratica è persistita nella realtà, se consideriamo che solo – nell’ultimo anno – gli scopi scientifici avevano legittimato il governo di Tokyo a catturare ed uccidere ben 333 esemplari di cui 177 nella sola estate, dando vita a quella che fu definita da ogni parte come una vera e propria mattanza

La speranza è che quantomeno le attività di caccia dei pescatori nipponici si svolgano nel rispetto dei limiti di quota fissati dal ministro Yoshikawa, poiché questa volta, in caso di violazioni, non si potrà procedere ad alcuna denuncia nei confronti del Giappone, avendo il paese, per l’appunto, cessato di far parte dell’Iwc. Aggiungendovi l’augurio che, a differenza di quello che accade solitamente sulle questioni dei cambiamenti climatici, non rimanga solo una speranza per il futuro dei nostri oceani.

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Cosa ne pensa l’autore
Andrea Ferrara

Andrea Ferrara - Pur rispettando le tradizioni e gli usi delle popolazioni, in primis quelle di Giappone, Islanda ed Isole Far Oer, che da sempre hanno svolto nei mari tali attività di caccia e di pesca, non va tuttavia dimenticato come le stesse nascessero da necessità alimentari e più in generale di sopravvivenza. Infatti, tutti i prodotti che si ottenevano solo ed unicamente dalla lavorazione del mammifero possono oggi essere validamente sostituiti nella pratica, facendo venir meno la necessità di una caccia massiccia allo stesso cetaceo, animale che risulta fondamentale nell'equilibrio della catena alimentare all'interno degli oceani. Si consideri invece che, dove la balena viene utilizzata quale attrazione turistica, l'animale riscuote enorme successo risultando fonte di altrettanto guadagno.

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