L’OMS (Organizzazione mondiale della Sanità) ha deciso che il vaccino anti Ebola deve essere italiano. L’Italia dunque consegnerà 10.000 dosi entro dicembre e per il 2015 è in trattativa una fornitura di un milione di provette con la ditta GlaxoSmithKline, proprietaria da quest’anno dell’italiana Okairos, comprata per 250 milioni di euro.
A colpire non è tanto il valore della fornitura o il nome ufficiale che gli verrà dato, ma piuttosto la maniera repentina con cui si sta puntando sul vaccino italiano per debellare il virus, il quale, secondo gli ultimi aggiornamenti dati dall’OMS, ha provocato finora 3.439 morti in 5 Paesi dell’Africa occidentale: Sierra Leone, Guinea, Liberia, Nigeria e Senegal.
Piero Di Lorenzo, presidente dell’IRBM Science Park di Pomezia ha così commentato la vicenda: “In pochi giorni dalla richiesta, la Food and Drug Administration americana ha dato il via libera alla sperimentazione su volontari umani, già in corso anche nelle zone colpite, dopo che ha funzionato al 100% sulle scimmie in laboratorio”
L’intervento è scattato con priorità in seguito alla scoperta del primo caso di Ebola negli Stati Uniti, dove in poco tempo si è diffuso il panico. A calmare la situazione sono intervenuti gli esperti, che escludono un’epidemia a New York e hanno fatto sapere, tramite la CNN, che l’uomo in cura all’ospedale Howard University di Washington sospettato di ebola aveva fatto recentemente un viaggio in Nigeria. Fonti dall’ospedale hanno fatto sapere che il paziente è in isolamento ed è sottoposto a rigorosi controlli.
Ad avere avuto il maggior merito per l’attribuzione da parte dell’OMS di utilizzare il vaccino italiano è senza dubbio Riccardo Cortese, biologo molecolare, che fondò Okairos per realizzare un suo progetto: “sviluppare vaccini non da frammenti ma dall’intero virus, inserito in un adenovirus”. Di Lorenzo in merito dice: “Iniziò sette anni fa e per sviluppare il metodo scelse di lavorare con l’Ebola, perché già considerato il più ostico da combattere”.
Così adesso l’OMS e la GlaxoSmithKline hanno un prodotto sviluppato proprio sul virus più temuto, e non solo in Africa. Sarà Pomezia la città dove il prodotto verrà realizzato su larga scala dando lavoro anche per altre persone. Il presidente dell’IRBM, riguardo a macchinari e personale aggiunge: “Tutto avviene secondo le pratiche GMP (Good manufacturing practices), ma la partecipazione umana rimane rilevante e complessa: le procedure sia di ingresso sia di uscita dalle linea di produzione durano un’ora”.