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Facebook negava ogni rimborso per le spese inconsapevoli dei bambini sulla sua piattaforma

Facebook, secondo documenti desecretati provenienti dagli USA, avrebbe utilizzato i bambini impegnati nei giochini del social quali "prede" per reiterati e non autorizzati addebiti sulle carte di credito dei genitori, negando i rimborsi. Ecco di cosa si tratta

Internet e Social
Pubblicato il 23 gennaio 2019, alle ore 17:47

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Facebook negava ogni rimborso per le spese inconsapevoli dei bambini sulla sua piattaforma

Come di consueto, è dagli USA anche questa settimana giungono le notizie più interessanti relative a Facebook, sia in relazione agli scandali in cui il celebre social network è coinvolto, sia in merito alle iniziative varate per riguadagnare il pubblico consenso. 

Per quanto riguarda le polemiche, non poche ne sono nate in relazione ad alcuni processi avvenuti a partire dal 2012, in cui Facebook era contrapposto ad alcuni genitori che chiedevano rimborsi per spese non autorizzate dei propri pargoli, impegnati nei giochini implementati, da diverso tempo, all’interno della piattaforma. 

In un caso, un genitore (Glynnis Bohannon) si era ritrovato addebitate spese successive per centinaia di dollari in totale, nonostante al figlio, impegnato in un giochino in-app, come Ninja Saga, fosse stato concesso un solo acquisto, di 20 dollari, in Facebook Credits, la moneta virtuale del social. Diversamente, in un altro caso, un altro genitore (Steven Wright), si era ritrovato addebitati 1.000 dollari di spese nonostante non gli fosse nemmeno stata chiesta l’autorizzazione una tantum dal figlio, ottenendo il risibile rimborso di una cinquantina di dollari.

I processi poi si conclusero con i risarcimenti richiesti, e la modifica delle policy relativi a come affrontare casi del genere ma, ciò nonostante, l’ufficio stampa del Center for Investigative Reporting ha chiesto che vengano resi pubblici i dossier e le carte di quei casi, ed un giudice federale ha accontentato in parte la richiesta, visto che alcuni di quei file non avrebbero danneggiato commercialmente il social: da quanto già disponibile in Rete, messo a disposizione da Varity su Scribd, emerge che in Facebook i bambini coinvolti in spese eccessive in-app venivano chiamati “balene, con un gergo in uso tra i croupier dei casinò, e che le disposizioni interne erano di negare qualsiasi rimborso, benché fosse chiaro che l’età media dei bambini che gioca sul social era notoriamente di 5 anni

Intanto, dopo l’intervento di Zuckerberg di inizio anno, con un bilancio di com’era andato il 2018 per la sua “creatura”, qualche settimana fa, un post ufficiale del social ha confermato l’intenzione di avviare una serie di pubblici dibattiti, pubblicizzati su Facebook, Instagram, etc, portati avanti grazie a vari esperti, sui timori, le sfide, e le prospettive della tecnologia, e su come internet (leggasi Facebook) possa concorrere nell’aiutare le persone a unirsi per affrontare – in un momento in cui le comunità fisiche locali si indeboliscono – quei problemi che, invece, richiederebbero forti collaborazioni su scala globale

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Cosa ne pensa l’autore
Fabrizio Ferrara

Fabrizio Ferrara - Ho letto un po' di questi documenti da qualche giorno, e credo proprio che la cosa abbia avuto - almeno in Italia - una eco un po' troppo risicata, per l'importanza del merito: Facebook, in sostanza, tratterebbe i bambini come polli da spennare, per accedere alla pecunia dei genitori, ben sapendo della confusione che i suoi acquisti in-app generebbero, tanto tra gli adulti, quanto tra i minorenni, per giunta più piccoli di quanto la locale normativa consentirebbe. Di fronte a casi del genere, non c'è pubblico dibattuto sulle buone intenzioni che tenga.

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