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Facebook denunciata dal New York Times: cedeva i dati ed i messaggi privati degli utenti a 150 grosse aziende

Una nuova inchiesta del quotidiano della Grande Mela ha messo nuovamente all'indice il social in blu, questa volta con l'accusa di aver ceduto i dati privati degli utenti con lo scopo di ottenere un vantaggio quantificabile in più utenti e ricavi pubblicitari.

Internet e Social
Pubblicato il 20 dicembre 2018, alle ore 09:13

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Facebook denunciata dal New York Times: cedeva i dati ed i messaggi privati degli utenti a 150 grosse aziende

Ancora una volta, un’inchiesta giornalistica ha messo in imbarazzo Facebook, il social network da oltre 2 miliardi di iscritti. Il tutto è avvenuto grazie all’ennesimo scoop giornalistico del sagace New York Times che, avvalendosi delle ammissioni d’una cinquantina di ex dipendenti di Menlo Park, e di un centinaio di documenti riservati, ha rivelato come i dati degli utenti – comprese le conversazioni su Messenger – fossero più che altro merce di scambio per grandi gruppi dell’economia, dell’intrattenimento, dell’hi-tech, del retail. 

La nuova inchiesta del New York Times, pubblicata nelle scorse ore, ha appurato che Facebook avrebbe concesso, a diverse (oltre 150) grandi aziende, tra cui Netflix, Apple, Spotify, Microsoft, Amazon, e Royal Bank of Canada, l’accesso ai dati degli utenti senza che questi avessero fornito il loro consenso: in particolare, ad Amazon sarebbe stato permesso di sfruttare gli amici degli utenti per ricavare i nomi ed i contatti di questi ultimi, mentre Yahoo – già possedendo questi dati, viceversa – poteva leggere l’intero stream dei post degli amici.

Il motore di ricerca di Microsoft, Bing, aveva il permesso di visionare, degli iscritti al social, i nomi di tutti i loro amici (onde fornire un servizio di “personalizzazione istantanea”), Apple poteva sbirciare il calendario e i numeri di contatto degli utenti, senza dimenticare Netflix e Spotify cui era consentito persino di leggere, cancellare, o scrivere i messaggi privati degli iscritti al social (per poter consigliare canzoni o film tenendo conto delle richieste degli utenti, fornendo utili spunti di conversazione).

Molte di queste aziende, con accordi intercorsi tra il 2010 ed il 2017/2018 (nel caso di dati pubblici) in cambio dei quali Facebook avrebbe moltiplicato gli utenti e le conseguenti entrate pubblicitarie, hanno spiegato di non essere state consapevoli di tali poteri (le due aziende di streaming musicale e video, con Netflix che ha spiegato come la funzione di suggerimento film tramite Messenger fosse stata defalcata ad appena un anno dalla sua introduzione), o di non averne mai avuti (la banca istituzionale canadese), mentre Microsoft ha spiegato che, durante la partnership con Facebook, ha sempre rispettato quelle che erano le preferenze degli utenti.

Interpellato dal quotidiano, il nuovo responsabile della privacy facebookiana, Steve Satterfield, ha dichiarato che le collaborazioni con alcuni grossi gruppi citati servivano o per portare i suggerimenti degli amici su app intrattenitive popolari (Netflix, Pandora, Netflix), o per consentire l’accesso ai servizi del social anche su piattaforme/device di terze parti (Apple, Blackberry, Yahoo, Amazon), ma senza violare gli accordi siglati con la Federal Trade Commission nel 2012, in virtù dei quali non era possibile concedere ad altri l’accesso ai dati altrui senza che questi ultimi fornissero un esplicito consenso. Infine, il portavoce di Menlo Park ha concluso sostenendo che i partner non fossero grado di utilizzare i dati per scopi diversi da quelli dichiarati.

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Cosa ne pensa l’autore
Fabrizio Ferrara

Fabrizio Ferrara - Ormai, le vicende extra-tecniche di Facebook fanno quasi parte di un avvincente romanzo dark a puntate, con ogni giorno che permette agli internauti di conoscere meglio la sorte dei propri dati sul social di Zuckerberg: dalle recenti inchieste, sembra che nemmeno le conversazioni private fossero davvero tali e, questo punto, ci si chiede che valore abbia il concetto di riservatezza sulle piattaforme digitali di oggi, per le quali la vera merce siamo sostanzialmente noi.

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