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Le applicazioni Android mettono ‘a rischio’ i bambini? Secondo uno studio, una buona parte sì

La privacy è un elemento fondamentale nella società di oggi, ormai interamente digitalizzata. In questo ambito, i più tutelati dovrebbero essere i bambini, ma uno studio rivela una realtà completamente diversa.

Software e App
Pubblicato il 18 aprile 2018, alle ore 00:24

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Le applicazioni Android mettono ‘a rischio’ i bambini? Secondo uno studio, una buona parte sì

Nel campo dell’informatica, un punto fondamentale è costituito dalla privacy dell’utente. Con questo termine non si intende solamente l’impegno assunto dalle aziende a mantenere riservate le comunicazioni all’interno della rete (ad esempio, quando si completa un pagamento elettronico) ma, in senso più ampio, deve essere tutelata l’identità dell’utente. Per esempio, il caso di Cambridge Analytica ha colpito la privacy degli utenti, generando un enorme scandalo a danno dell’immagine di Facebook.

Esistono, poi, alcuni utenti definiti ‘sensibili’ dove la tutela della privacy deve essere ancora più elevata. Nell’immediato, una fascia di utenti di questo tipo è quella dei bambini. Al fine di tutelarli appieno, il governo degli Stati Uniti ha previsto un’apposita normativa che impone gli sviluppatori di destinare le app solo agli utenti aventi più di 13 anni.

Nel caso in cui una specifica applicazione sia, invece, stata progettata per utenti più giovani, è possibile comunque pubblicarla sugli store online ma è necessario rispettare alcuni vincoli stringenti. Per fare alcuni esempi, le informazioni sul traffico possono essere memorizzate esclusivamente per un breve periodo di tempo e, in ogni caso, prima dell’utilizzo del software è necessario ottenere l’autorizzazione di un genitore oppure di un tutore autorizzato.

Questo, almeno, è il quadro ideale. Nella realtà, invece, le cose sono assai diverse. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Proceedings on Privacy Enhancing Technoloies, ben 3337 applicazioni Android su 5855 analizzate non seguirebbero alla lettera la normativa sui dati personali dei minori di 13 anni. Nel dettaglio, 281 app raccoglierebbero informazioni di vario tipo senza autorizzazione del tutore, 1100 app condividerebbero alcune informazioni su questi utenti sensibili per degli scopi non ben precisati.

Inoltre, alcune app che permettono l’accesso tramite Facebook (1280, per la precisione), non utilizzerebbero lo strumento integrato nel social per verificare la corretta età dell’utente per bloccare, eventualmente, il funzionamento dell’applicazione. Altre ancora trasmetterebbero il cosiddetto Android Advertising ID, un parametro utilizzato per mirare la pubblicità al giusto utente nel momento più opportuno. 

Lo studio, il quale rivelerebbe un quadro a dir poco allarmante, sembrerebbe essere stato notato da Google. Un portavoce ha affermato le intenzioni dell’azienda di prendere in considerazione i risultati ottenuti al fine di tutelare sia i bambini che le rispettive famiglie e di prendere provvedimenti contro gli sviluppatori ‘furbetti’.

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Cosa ne pensa l’autore
Fabio Attardo

Fabio Attardo - La questione 'privacy', specialmente in questi ultimi giorni, è stata di fondamentale importanza. Dopo il caso di Cambridge Analytica, ora più che mai è necessario regolamentare la questione affinché essa possa tornare ad essere regolarmente tutelata. Ciò dovrebbe partire dalla tutela dei bambini, i quali sono gli utenti più sensibili e ai quali bisognerebbe, di conseguenza, prestare la massima attenzione.

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