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App di ricerca spia privacy: dopo Facebook, lo scandalo si allarga a Google

Dopo Facebook anche Google rimane invischiata nello scandalo delle app di ricerca che pagavano gli utenti per spiarne la privacy: secondo una rivista online, il tutto sarebbe avvenuto - nel più protetto ambiente iOS - ricorrendo ad un disinvolto escamotage.

Software e App
Pubblicato il 1 febbraio 2019, alle ore 09:21

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App di ricerca spia privacy: dopo Facebook, lo scandalo si allarga a Google

Nel mentre fa ancora discutere il nuovo scandalo nel quale è rimasta impelagata Facebook, a proposito di un’applicazione di ricerca che pagava gli utenti per tracciarne la vita digitale, una nuova inchiesta ha portato alla luce il coinvolgimento, in un episodio simile, anche di Google, la società leader dell’esplorazione web. 

A Mountain View, evidentemente, la conoscenza degli utenti maturata grazie al più diffuso motore di ricerca della Rete, ed al browser più popolare in assoluto (Chrome), non dev’essere sembrata abbastanza. Secondo la rivista online TechCrunch, la stessa che ha portato alla luce quanto messo in piedi da Facebook, anche Google avrebbe intrapreso un’attività di ricerca, piuttosto disinvolta, basata sull’uso di un’app sondaggistica.

La scure della critica, questa volta, è caduta sull’applicazione Screenwise Meter: quest’ultima, una volta installata, chiedeva all’utente di rispondere ad una serie di domande, e di aderire ad un programma in virtù del quale si sarebbero maturati dei buoni sconto qualora si fosse deciso di concedere l’accesso al proprio traffico dati, onde valutare i siti visitati (ed il tempo passato su ognuno di essi), e le applicazioni più utilizzate. Aderendo al programma menzionato, veniva poi chiesto di scaricare ed installare una sub-app, in veste di VPN (virtual private network), che rendeva possibile lo sniffing del traffico dati facendolo passare attraverso i server di Google

L’applicazione Screenwise Meter, simile a Facebook Research, era attiva dal 2012 e, a quanto pare, si avvaleva – per aggirare le restrizioni dell’App Store su iOS – di quello stesso certificato di sicurezza Enterprise che, in Apple, verrebbe usato solo per i test interni da parte degli sviluppatori.

Google si è già pronunciata sull’accaduto, spiegando che il disinvolto comportamento dell’app di ricerca Screenwise Meter è dovuto a un errore, perché non avrebbe dovuto funzionare occultata dal programma sviluppatori di Apple e che, pertanto, verrà rimossa da iOS. In ogni caso, a difesa del progetto in generale, Mountain View ha spiegato che l’adesione degli utenti (minimo 18 anni, o 13 se anche i genitori avevano aderito) al programma di ricerca era volontaria, e che era possibile dissociarsi in qualsiasi momento (oltre alla possibilità di attivare la sospensione del tracciamento con una modalità “ospite”), aggiungendo che era palesato in anticipo a quali dati si sarebbe ottenuto accesso, con la debita precisazione che – tra questi ultimi – non v’erano i dati criptati (delle app e del device in sé). 

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Cosa ne pensa l’autore
Fabrizio Ferrara

Fabrizio Ferrara - Ormai, man mano che si va avanti, vengono fuori gli scheletri nascosti negli armadi (in questo caso applicativi) delle grandi aziende del web: ad accomunare questo ed il caso, simile, che ha visto protagonista Facebook, l'uso di applicazioni di ricerca che pagavano l'utente per farsi spiare ma, quel che più è grave, è l'uso di escamotage per aggirare i controlli di chi, una simile routine, come nel caso di Apple, non l'avrebbe mai permessa.

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