Opinione cinematografica di Pasquale Asquino: “Kinds of Kinderness”
Realizzato durante la post produzione della ben più onerosa fatica di “Povere Creature”, sempre “in famiglia” con un rodato cast tecnico-artistico di sodali del suo cinema, questo antologico del greco terribile Lanthimos recupera lo spirito grottescamente intimista del suo cinema degli esordi (come “Canino” ma anche “the Lobster”) distanziandosi dalla sua più recente, pluripremiata produzione Hollywoodiana (“la Favorita” e “Creature”) e recuperando certe asprezze indigeribili dai big budget (anche se poi “Povere Creature” è una distribuzione Disney) ma anche esasperando la cripticità delle allegorie, dei sensi, forse per la compressione al formato episodico dei soggetti
Qui accomunati dal tema del potere come discriminante nella instaurazione di relazioni interpersonali, non solo per motivi meramente mercantili, con l’eccezione plausibile del primo episodio, ma, approfondendo un qualche “kinds of kindness”, tipo di gentilezza, piuttosto per motivi di riconoscimento, perversamente sentimentali.
Che, è bene ricordarlo, è, il potere nei rapporti sadomasochistici, un esercizio a due vie, essendo solo nello scambio reciproco di qualche kind di gratificazione che si può costruire una relazione consolidata negli anni, come quelle decisamente (ci si augura) al limite, raccontate nel storie (anche nel senso di, appunto, relazioni), di cui non ci è dato conoscere le genesi,
Nel primo episodio al succube impiegato Jesse Plemons il suo amato executive Willem Dafoe, che sovrintende minuziosamente la sua vita, ordina di investire mortalmente un uomo al volante, che ne è al corrente, succube anche egli (per motivi ancora più ignoti data la muta enigmaticità del personaggio).
Nel secondo a Jesse Plemons, questa volta agente di polizia, viene ritrovata dopo giorni la moglie dispersa in mare Emma Stone, che lui non riconosce se non che esteticamente (ma le scarpe non gli vanno più,,,), richiedendole prove sempre più atroci, e alfine cannibaliche, per verificarne il suo amore.
Nel terzo a una coppia di adepti (Plemons e Stone) di una setta di cultisti dell’acqua, in cerca di un messia che resusciti i deceduti, dalle precise caratteristiche etno-biografiche, ci inciampano per caso, ma non finisce bene.
Filo conduttore del trittico è un tizio, tale R. M. F. che, anonima presenza fin dai titoli degli episodi (che rappresentano ciò che in effetti nel corso dell’episodio agisce), attraversa stolidamente le vicende partendo dal farsi togliere la vita nel primo, “volare in cielo” nel secondo, fino a farsi resuscitare nell’ultimo. Ed è a lui che è affidato l’unico gesto di autentica kinderness nell’ultima inquadratura del film, che ne costituisce il cosiddetto lieto fine.
Difficile comunque, come sempre in realtà per Lanthimos, trovare uno spiraglio salvifico per l’umanità; plausibile che qui, pur sapendo lo spettatore cosa ci si aspetta, la struttura episodica non dia sufficiente “respiro” allo sviluppo delle truculenze, dell’ironia verde di bile, e riesce infatti a far passare per indigesto anche un piatto di fegato…..
Genere: grottesco
Regia e sceneggiatura: Yorgos Lanthimos
Interpreti: Emma Stone, Jesse Plemons, Willem Dafoe