Nel panorama del grande cinema d’autore europeo, la carriera di Dominique Sanda rappresenta un percorso artistico che attraversa alcune delle opere più significative del Novecento. Attrice raffinata e intensa, oggi settantacinquenne, ha lavorato con registi che hanno raccontato le trasformazioni sociali e politiche del continente. Dopo molti anni trascorsi in Argentina, torna sullo schermo con Vita mia di Edoardo Winspeare, presentato al Bif&est e distribuito nelle sale dal 9 aprile.
Il film segue le vicende di una famiglia aristocratica travolta dai contrasti e dai profondi mutamenti politici che hanno segnato l’Europa del secolo scorso. Il personaggio interpretato da Sanda custodisce la memoria di un mondo destinato a scomparire, incarnando una figura legata alla tradizione, alla fede e a una cultura ormai in dissoluzione. Proprio questa dimensione storica e umana ha colpito profondamente l’attrice, affascinata dal racconto della crisi dell’aristocrazia europea e dalle forze ideologiche che hanno sconvolto il continente, tra nazismo e fascismo.
La lavorazione del film ha assunto per lei anche un significato particolare grazie alla dimensione intima del progetto. Winspeare ha infatti scelto di girare nella casa della sua infanzia, trasformando il set in uno spazio carico di memoria personale. Questo legame tra cinema e ricordo rappresenta uno degli aspetti che più attraggono Sanda, da sempre interessata ai film capaci di nascere da esperienze autentiche.
Il suo percorso nel cinema iniziò molto presto, a soli diciotto anni, sotto la guida di Robert Bresson. All’epoca si sentiva timida e incerta, ma quell’incontro si rivelò decisivo. Il regista francese le insegnò un modo di recitare essenziale e introspettivo, basato sulla ricerca della verità interiore più che sull’esibizione delle emozioni. Poco dopo arrivò l’incontro con Bernardo Bertolucci, che la volle per Il conformista.
Il film rimane per lei un’esperienza quasi rituale, segnata da un’atmosfera intensa e da una troupe profondamente coinvolta nel progetto. In quella storia ambientata durante il fascismo, il personaggio di Anna rappresentava la libertà e l’indipendenza in contrasto con un sistema repressivo. Guardando alla sua carriera, Sanda riconosce di aver sempre cercato nel cinema soprattutto la bellezza: quella dei paesaggi, delle persone e delle storie capaci di raccontare la complessità dell’esistenza.