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Il 2019 sarà l’annus horribilis di FCA: le vendite in Europa del gruppo crolleranno ai minimi storici

Pur mancando un trimestre alla fine dell’anno, è logico aspettarsi che FCA chiuderà il 2019 con un crollo delle vendite in Europa. Il rischio che si profila è serio: il gruppo potrebbe scegliere di puntare sugli Usa, abbandonando definitivamente l’Italia.

Auto
Pubblicato il 23 settembre 2019, alle ore 16:23

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Il 2019 sarà l’annus horribilis di FCA: le vendite in Europa del gruppo crolleranno ai minimi storici

Negli anni Ottanta era il più grande costruttore di auto in Europa, oggi Fiat è una realtà marginale del mercato continentale, non più in grado di rinverdire i fasti di un tempo. La cura Marchionne – che oltre ad aver allontanato lo spettro del fallimento dei primi anni Duemila, ha dato vita al gruppo Fiat Chrysler Automobiles – di fatto ha profondamente trasformato quella che per decenni era la più grande industria automobilistica italiana.

Così, mentre l’agglomerato italo-americano è alle prese con un possibile matrimonio con Renault, si cerca per quanto possibile di recuperare il terreno perduto rispetto alla concorrenza, la stessa che in questa delicata fase di transizione del settore ha maturato un indiscusso vantaggio in fatto di sviluppo della mobilità elettrica.

Seppure con evidente ritardo, oggi anche FCA vuole però essere della partita. Ma a frenare l’entusiasmo troviamo una serie di ostacoli: oltre alle tensioni sui dazi, a pesare sui bilanci si registra anche la netta flessione delle vendite. Il fenomeno di per sé allarmante, mina la fiducia verso un’entità molto eterogena, che cerca affannosamente di trovare una propria identità dopo la morte di Marchionne.

Con queste premesse, aumentano i pessimisti che non escludono la materializzazione di una crisi, almeno a livello italiano. Le vendite ai minimi storici non lasciano presagire nulla di buono, mettendo in apprensione l’intero settore dell’auto tricolore. A quanto pare oltre ai problemi di antica data, non sta premiando la scelta di vendere verso privati, escludendo le flotte aziendali; in secondo luogo, il dietrofront sullo stop alla produzione di motori diesel ha spiazzato il mercato che li considera invece altamente inquinanti.

Ma per rappresentare al meglio le dimensioni del problema, è sufficiente considerare che in una dozzina d’anni la produzione di auto in Italia è calata dell’80%: in questo scenario poco potranno fare gli 80 mila esemplari della Fiat 500 elettrica che il gruppo ha preannunciato di produrre annualmente a decorrere dal 2020. Ben altro discorso riguarda invece il ramo statunitense di FCA. Sul mercato a stelle e strisce, le vendite di Jeep e Ram vanno a gonfie vele, mettendo in crisi i piani alti del gruppo, sempre più tentanti dall’idea di alleggerire la loro presenza in Italia. Se così fosse, si metterebbe a rischio un comparto che impiega 250 mila persone e che rappresenta il 5,6% del Pil nazionale.

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Cosa ne pensa l’autore
Antonio Sorice

Antonio Sorice - Fiat, pur essendo un’industria privata, è stata a lungo trattata come un’azienda di Stato. Agevolazioni, sovvenzioni e barriere doganali le hanno permesso di fiorire indisturbata almeno fino agli anni Novanta. Con l’avvento del mercato unico, gli aiuti di Stato sono finiti e la concorrenza asiatica ha messo in difficoltà un’industria non più in grado di sopravvivere seguendo le regole di un mercato più competitivo e globale.

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