Le piattaforme di Meta finiscono ancora una volta sotto i riflettori per la gestione delle inserzioni pubblicitarie su Facebook e Instagram, accusate di ospitare e monetizzare campagne potenzialmente ingannevoli.
Una nuova class action negli Stati Uniti, promossa dalla Consumer Federation of America, punta il dito contro controlli considerati insufficienti e un sistema che, secondo i ricorrenti, finirebbe per favorire anche inserzionisti ad alto rischio, senza bloccarne in tempo le attività. Al centro delle accuse c’è un meccanismo pubblicitario che, secondo il ricorso, non solo non intercetterebbe in modo efficace le campagne ingannevoli, ma permetterebbe la loro diffusione su larga scala.
Tra gli esempi citati compaiono annunci che promettono iPhone “governativi” gratuiti o presunti bonus economici da enti pubblici, spesso costruiti con l’aiuto di contenuti generati da intelligenza artificiale e deepfake per aumentare la credibilità delle offerte. Una combinazione che rende sempre più difficile distinguere tra comunicazione reale e contenuti costruiti per ingannare. Il tema si inserisce in un contesto già noto da tempo.
Diverse inchieste giornalistiche hanno evidenziato come una parte significativa dei ricavi pubblicitari delle piattaforme social possa derivare anche da annunci fraudolenti o borderline, con sistemi interni di moderazione che non sempre riescono a intervenire in modo tempestivo. Meta respinge le accuse, sostenendo di investire costantemente in strumenti di sicurezza e di aver rimosso centinaia di milioni di inserzioni sospette, oltre a milioni di account collegati a reti di frode. Un esempio particolarmente diffuso riguarda le truffe basate sull’uso improprio dell’identità di personaggi pubblici.
Giornalisti, economisti e figure istituzionali vengono spesso inseriti in finti articoli sponsorizzati che imitano testate note, con l’obiettivo di convincere gli utenti a investire su piattaforme di trading inesistenti. In molti casi vengono utilizzati video e immagini generate con AI per simulare interviste mai avvenute, creando una narrazione apparentemente credibile.
Il meccanismo è sempre più sofisticato: dalle inserzioni su Facebook o Instagram si viene indirizzati verso siti costruiti ad hoc, dove l’utente viene spinto a registrarsi e a versare piccoli importi iniziali. A quel punto entrano in gioco call center e piattaforme di investimento fasulle che simulano guadagni crescenti, inducendo ulteriori versamenti. Il denaro, invece, viene rapidamente spostato attraverso wallet digitali e reti internazionali difficili da tracciare. Il fenomeno non è marginale. Secondo i dati FBI e Polizia Postale, le frodi legate al falso trading rappresentano oggi una delle principali fonti di perdite economiche online, con miliardi di dollari e centinaia di milioni di euro sottratti ogni anno a livello globale.