Freedom.gov, il portale USA per aggirare i blocchi europei: cosa c’è dietro il progetto sulla libertà online

Il progetto freedom.gov, promosso dall’amministrazione di Donald Trump, punta a offrire un accesso senza filtri ai contenuti online, ma rischia di aprire un nuovo scontro con l’Europa sulle regole della rete.

Freedom.gov, il portale USA per aggirare i blocchi europei: cosa c’è dietro il progetto sulla libertà online

Gli Stati Uniti starebbero lavorando a un portale online destinato a far discutere governi e autorità di regolamentazione europee. Secondo diverse indiscrezioni, il progetto – che dovrebbe essere ospitato sul dominio freedom.gov – sarebbe promosso dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti con l’obiettivo dichiarato di consentire agli utenti di visualizzare contenuti non accessibili in alcuni Paesi, inclusi quelli europei.

L’iniziativa si inserirebbe in una strategia più ampia sostenuta dall’amministrazione di Donald Trump, da tempo critica nei confronti delle politiche di moderazione adottate nel Vecchio Continente. Il portale, secondo le anticipazioni, potrebbe includere anche funzionalità simili a quelle di una VPN, permettendo agli utenti di navigare come se fossero connessi dagli Stati Uniti. In questo modo diventerebbe possibile consultare contenuti che in Europa risultano limitati o rimossi in base alle normative locali.

Tra le ipotesi discusse ci sarebbe anche l’assenza di tracciamento delle attività degli utenti, una scelta che punterebbe a rafforzare la percezione del servizio come strumento per la tutela della privacy e della libertà digitale. Il lancio del sito era previsto in occasione della Munich Security Conference, ma sarebbe stato rinviato senza spiegazioni ufficiali. Alcune fonti parlano di dubbi interni all’amministrazione statunitense, anche se non esistono conferme formali su eventuali contrasti o problemi legali.

Il progetto resta comunque indicativo di un orientamento politico che vede la libertà di espressione online come un tema centrale nelle relazioni internazionali. Il piano potrebbe creare nuove frizioni con l’Unione Europea, che negli ultimi anni ha introdotto normative più severe per limitare la diffusione di contenuti considerati illegali o dannosi. Tra queste spicca il Digital Services Act, che impone alle piattaforme online obblighi stringenti sulla rimozione rapida di materiali ritenuti problematici. Anche l’Online Safety Act del Regno Unito segue una linea simile, imponendo responsabilità precise ai servizi digitali per la gestione dei contenuti.

Secondo i critici del progetto, un portale governativo che consenta di accedere a contenuti bloccati potrebbe essere interpretato come un invito a bypassare le leggi nazionali. Questo scenario metterebbe Washington in una posizione insolita, ovvero quella di incoraggiare indirettamente pratiche che contrastano con le normative locali di Paesi alleati. Allo stesso tempo, i sostenitori dell’iniziativa ritengono che strumenti di questo tipo possano favorire l’accesso alle informazioni e contrastare forme di censura ritenute eccessive. La questione si inserisce in un contesto già complesso, segnato da tensioni tra regolatori europei e grandi piattaforme digitali come Meta e X, quest’ultima controllata da Elon Musk. Le autorità europee hanno più volte imposto sanzioni e richiesto la rimozione di contenuti ritenuti non conformi alle normative vigenti, alimentando il dibattito sui limiti della moderazione online.

Non è ancora chiaro quali vantaggi concreti potrebbe offrire freedom.gov rispetto ai servizi VPN già disponibili sul mercato. Tuttavia, il valore simbolico dell’iniziativa appare evidente: il progetto rappresenterebbe una presa di posizione politica netta sul tema della libertà digitale e del controllo delle informazioni online. Se dovesse essere lanciato ufficialmente, il portale potrebbe aprire un nuovo capitolo nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa sul fronte tecnologico e normativo. Il confronto tra modelli diversi di regolamentazione della rete sembra destinato a intensificarsi, con possibili ripercussioni non solo sulle piattaforme digitali ma anche sugli utenti finali, sempre più al centro della battaglia globale per il controllo dell’informazione online.

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