Il dibattito sul rapporto tra adolescenti e social media entra in una nuova fase in Europa. Spagna e Grecia stanno infatti valutando l’introduzione di divieti sull’uso delle piattaforme social per i più giovani, inserendosi in un contesto internazionale sempre più critico verso tecnologie considerate da molti progettate per creare dipendenza.
Le proposte, annunciate il 3 febbraio 2026, hanno già avuto un forte impatto politico e mediatico, culminato nello scontro pubblico tra il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ed Elon Musk, proprietario di X (ex Twitter). Secondo quanto dichiarato da Sánchez, la Spagna intende vietare l’accesso ai social media ai minori di 16 anni. Parallelamente, un’alta fonte governativa greca ha confermato che Atene è vicina ad annunciare un provvedimento analogo per i ragazzi sotto i 15 anni. Le due iniziative riflettono una crescente preoccupazione istituzionale per gli effetti del tempo trascorso online sullo sviluppo psicologico e sul benessere mentale dei giovani.
Ma la proposta spagnola va oltre il semplice divieto. Il governo di Madrid sta lavorando a una legge che renderebbe i dirigenti delle piattaforme social personalmente responsabili in caso di incitamento all’odio o violazioni gravi all’interno dei loro servizi. Un passaggio che segna un cambio di paradigma: non più solo responsabilità aziendale, ma anche individuale per i vertici delle big tech. Le parole di Sánchez, pronunciate durante il Summit mondiale dei governi a Dubai, sono state particolarmente dure: “I nostri figli sono esposti a uno spazio in cui non avrebbero mai dovuto navigare da soli. Non lo accetteremo più. Li proteggeremo dal selvaggio West digitale”. Un messaggio che ha trovato il sostegno di ampie fasce della popolazione spagnola: secondo un sondaggio Ipsos, l’82% degli spagnoli ritiene che i bambini sotto i 14 anni dovrebbero essere esclusi dai social media, in netto aumento rispetto al 2024.
La reazione di Elon Musk non si è fatta attendere. Sul suo social X, il miliardario ha definito Sánchez “un tiranno e un traditore del popolo spagnolo”, rincarando la dose poco dopo con un nuovo post in cui lo ha accusato di essere “un vero totalitario fascista”. Dichiarazioni che hanno ulteriormente acceso il confronto tra politica europea e piattaforme digitali, già teso per via delle nuove normative UE.
Nel frattempo, Spagna e Grecia si uniscono ad altri Paesi come Francia, Regno Unito e Australia, che stanno adottando o valutando misure simili. L’Australia, in particolare, ha fatto scuola vietando l’accesso ai social ai minori di 16 anni: secondo l’autorità di regolamentazione, quasi 5 milioni di account di adolescenti sono stati disattivati nelle settimane successive all’entrata in vigore del divieto, dimostrando l’impatto concreto di questo tipo di interventi.
Sánchez ha anche annunciato la creazione di una “coalizione dei digitalmente disposti”, un gruppo di Paesi europei intenzionati a coordinare la regolamentazione transfrontaliera dei social media. L’obiettivo è affrontare un problema che, come ha ammesso lo stesso premier, “va ben oltre i confini di qualsiasi singolo Stato”. A rendere il contesto ancora più delicato contribuisce l’esplosione dei contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Le recenti polemiche legate al chatbot Grok, accusato di aver generato immagini sessuali non consensuali, anche di minori, hanno rafforzato le richieste di un controllo più stringente sulle piattaforme. Non manca però chi invita alla cautela. Alcuni esperti sottolineano che non esiste ancora un consenso scientifico definitivo sul fatto che i social media siano intrinsecamente dannosi per gli adolescenti. Tuttavia, per governi come quello spagnolo, il principio di precauzione sembra ormai prevalere. La partita è aperta e destinata a intensificarsi: tra tutela dei minori, libertà digitali e responsabilità delle big tech, l’Europa si prepara a ridefinire le regole del gioco online.