Le lacrime di Messi: Argentina battuta in finale, Cile campione. E la Pulga vuole lasciare

L'Argentina perde ancora in finale, e la Copa America del Centenario va in Cile. Banega e Messi sbagliano i rigori decisivi, e la Pulga annuncia l'addio alla Seleccion in diretta post-partita.

Le lacrime di Messi: Argentina battuta in finale, Cile campione. E la Pulga vuole lasciare

Non c’è pace per Leo Messi: la sua Argentina è stata battuta per l’ennesima volta nella finale di una competizione internazionale (stavolta il contesto è stato la commercialissima Copa America Centenario; peraltro sempre contro il Cile, dopo la disfatta dell’anno scorso), e la Pulga è stata messa nuovamente al centro delle critiche.

Troppo pesante quell’eterno paragone con il dio del calcio argentino, l’inarrivabile Diego Armando Maradona, El Diès che praticamente da solo trascinò una Seleccion mediocre alla conquista della Coppa del Mondo nel 1986. Certo, erano altri tempi: all’epoca un fuoriclasse del calibro di Diego poteva permettersi di vincere da solo una partita.

Oggi il calcio è diventato uno sport molto diverso, e probabilmente l’incidenza del singolo non è più determinante come una trentina d’anni fa. Eppure, tutta l’Argentina si aspettava che Messi fosse in grado di ripercorrere i passi di Maradona, e trascinare la squadra sul tetto del mondo.

Oggi Lionel Messi ha 29 anni, ha alle spalle cinque finali perse con la Seleccion e, forse, insieme a quelle sconfitte ha perduto anche la voglia di provarci. Già, perché dopo quel rigore sbagliato contro il Cile durante la lotteria post supplementari, la Pulga si è arresa. Pubblicamente, davanti all’intero globo terracqueo: prima le lacrime a fiumi, consolato dal portiere avversario (ma compagno di squadra nel Barcellona) Claudio Bravo.

Poi, la dichiarazione che non t’aspetti: “E’ la quinta finale che perdo, ci ho provato in ogni modo. Ma forse non fa per me“. Tre finali perse in soli tre anni (Mondiale 2014, Copa America 2015, Copa America 2016) sono state una batosta troppo grande da sopportare per Messi, che con la sua Argentina ha sempre avuto un rapporto altamente conflittuale.

Non è un leader” aveva recentemente sentenziato lo stesso Maradona, e gli stessi tifosi albicelesti gli hanno sempre rimproverato la sua mancanza di garra, il suo carattere troppo poco sudamericano. Se Tevez era l’uomo del popolo, Leo Messi è l’argentino emigrato in Spagna in tenera età, una sorta di ibrido tra Sudamerica ed Europa che non appartiene di fatto a nessuno dei due mondi, ma è la summa delle caratteristiche fondamentali di entrambi.

Il piede mancino non tradisce: Leo balla il calcio per vocazione, e lo fa come forse nessuno aveva mai fatto prima di lui, neanche El Diès. Quel Diès. Eppure sul campo appare spesso remissivo, taciturno. L’impegno c’è, è incontestabile, ma manca quel quid in più, quella sregolatezza tipica dei campioni sudamericani; quel bollore nel sangue che da sempre contraddistingue i fenomeni latinoamericani, geniali quanto eccessivi per definizione.

E poco importa poi se oggi un giocatore non fa più una squadra, se Higuain ha fallito un’occasione che con la maglia del Napoli avrebbe messo dentro anche ad occhi chiusi, se Aguero non ha saputo dare la scossa giusta, se Di Maria era acciaccato e non ha saputo dare il suo solito contributo alla fase offensiva, se un Rojo scriteriato ha deciso di farsi espellere per un intervento assolutamente inutile e gratuito: alla fine, per i tifosi, la colpa rimane di Messi.

Perché Leo assomiglia troppo a Maradona, tecnicamente e fisicamente, ma a livello di personalità tra i due si frappone un abisso. No, Lionel Messi non sarà mai Diego Armando Maradona, non emergerà mai dalla sua crisalide “europea” per diventare un capopopolo, una figura semidivina capace di guidare la Seleccion alla conquista della Coppa del Mondo da strenuo condottiero; quella creatura leggendaria di cui il popolo argentino sente disperatamente il bisogno.

Leo non sarà mai Diego. Ma ciò non significa che gli sia inferiore, o che sia l’unico colpevole della disfatta albiceleste. E questo anche Dieguito l’ha capito, tant’è che si è subito precipitato in soccorso del suo pupillo: “Mi piacerebbe parlare con lui. Lo hanno lasciato solo, e io non voglio lasciarlo solo“. Parole che potrebbe proferire un fratello maggiore, ed in un certo senso è proprio così.

Forse Leo ci ripenserà, forse no. Nel secondo caso, agli argentini rimarrà soltanto l’amaro rimpianto di un potenziale aquilone cosmico che non è mai riuscito a spiccare realmente il volo, nonostante sia stato capace di rivoltare il calcio moderno come un calzino, e battere tutti i record sia a livello di club che in nazionale.

Ma senza una Coppa del Mondo, e con lo spettro di Maradona emanato da quel numero “maledetto” sulle spalle, per il palato fino degli argentini tutto questo non può bastare. E Leo questo lo sa, lo sa anche fin troppo bene.

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