Il calcio italiano saluta una delle sue figure più iconiche: Evaristo Beccalossi si è spento a Brescia a pochi giorni dal suo 70° compleanno, lasciando un vuoto profondo tra tifosi e appassionati. Storica bandiera dell’Inter, fantasista puro e interprete raffinato del ruolo di numero 10, Beccalossi ha rappresentato un modo unico di vivere il calcio, fatto di talento, intuizione e giocate capaci di accendere l’immaginazione.
Da tempo le sue condizioni di salute erano delicate, in seguito a un malessere che lo aveva colpito all’inizio del 2025 e a un lungo periodo di ricovero. Nelle ultime ore è arrivata la notizia che nessuno avrebbe voluto ricevere, con il mondo del calcio che si è immediatamente stretto attorno alla sua memoria. Il messaggio dell’Inter, carico di affetto e riconoscenza, racconta bene il legame mai spezzato tra il club e uno dei suoi protagonisti più amati: “sempre uno di noi”, una frase che racchiude il senso di appartenenza costruito negli anni.
Arrivato in nerazzurro alla fine degli anni Settanta proprio dal Brescia, la squadra della sua città, Beccalossi si impose subito per uno stile di gioco fuori dagli schemi. In sei stagioni con l’Inter collezionò oltre duecento presenze, mettendo a segno 37 reti e contribuendo alla conquista dello Scudetto 1979-1980 e della Coppa Italia 1981-1982. Numeri importanti, ma che raccontano solo in parte l’impatto reale avuto sul campo. Il suo calcio era arte, più che statistica.
Dribbling improvvisi, traiettorie imprevedibili, tocchi morbidi che sembravano accarezzare il pallone: da qui il soprannome “Driblossi”, coniato da Gianni Brera, a testimonianza di una cifra stilistica inconfondibile. Beccalossi era capace di accendere una partita con una sola giocata, di trasformare un momento ordinario in qualcosa di memorabile. Non sempre continuo, ma proprio per questo autentico e umano, lontano dalla perfezione meccanica che caratterizza il calcio moderno.
Indimenticabili alcune sue prestazioni, come la doppietta nel derby del 1979, ancora oggi impressa nella memoria dei tifosi interisti. Ma più dei singoli episodi, resta la sensazione che ogni sua presenza in campo fosse una promessa di spettacolo. Un giocatore che non si limitava a partecipare al gioco, ma lo interpretava con una libertà creativa rara.
Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, Beccalossi è rimasto legato al mondo del calcio, ricoprendo ruoli dirigenziali e dedicandosi anche alla crescita dei più giovani. Sempre con la stessa passione, sempre con quella naturalezza che lo aveva reso speciale anche fuori dal rettangolo di gioco. La sua eredità va oltre trofei e numeri: è fatta di emozioni, di ricordi condivisi, di un modo di intendere il calcio che mette al centro la bellezza del gesto. In un’epoca sempre più orientata alla prestazione, la figura di Beccalossi ricorda quanto il talento possa essere anche espressione di libertà.
Il suo nome resterà legato per sempre all’Inter e a una generazione di tifosi che, grazie a lui, ha imparato ad aspettarsi l’imprevedibile. Perché con Beccalossi in campo, tutto poteva accadere. E forse è proprio questo il segno più autentico lasciato da un campione: la capacità di far sognare.