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Venezia

Timbrava il cartellino e tornava ​a casa, il giudice gli dà ragione, il dipendente sentenzia: "Attaccato ingiustamente"

Il dipendente del Museo Concordiense di Portogruaro di Venezia era stato condannato in primo grado a 7 mesi e 10 giorni di reclusione, i giudici di secondo grado lo hanno assolto. Il diretto interessato ha rilasciato la sua visione dei fatti.

Cronaca
Pubblicato il 14 dicembre 2018, alle ore 10:43

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Timbrava il cartellino e tornava ​a casa, il giudice gli dà ragione, il dipendente sentenzia: "Attaccato ingiustamente"

Il caso è destinato a far discutere, a surriscaldare gli animi di chi cerca disperatamente lavoro o di chi è annichilito in mansioni mal retribuite. Ruggero Orlando, 65enne addetto al servizio accoglienza del Museo Concordiense di Portogruaro (Venezia), è stato assolto dalla Corte d’Appello di Venezia “perché il fatto non sussiste”.

La sentenza d’appello ha ribaltato quella del Tribunale di Venezia che lo aveva condannato, un anno fa, a 7 mesi e 10 giorni di reclusione e a 350 euro di multa. La motivazione della sentenza di secondo grado prevede: “L’aver preannunciato con una lettera formale il comportamento contrario agli obblighi impone di ritenere che l’artifizio ideato era totalmente privato della sua attitudine ingannatoria”. 

 La protesta del dipendente

Orlando timbrava il cartellino in ufficio, per poi tornarsene a casa; nel tardo pomeriggio rientrava momentaneamente sul posto di lavoro per eseguire nuovamente il passaggio del badge e rincasare. L’addetto ha replicato tale procedura per quattordici giorni, tra l’agosto e il novembre 2006. Il suo gesto, non era dovuto a mero assenteismo ma ad un atto di protesta; i giudici che hanno accolto la sua motivazione, hanno ritenuto il suo operato non una truffa ai danni dello Stato ma una forma di sciopero.

L’uomo era stato demansionato dal ruolo di vigilante ed aveva annunciato la ferma volontà di comportarsi in tale modo per dissentire dalla scelta presa dai superiori. Il dipendente del Museo aveva inviato una lettera in cui metteva nero su bianco le sue volontà. La missiva, regolarmente protocollata, secondo i giudici della Corte, avrebbe consentito ai suoi superiori di organizzarsi e di eseguire il lavoro come se lui si trovasse in ferie.

Il dipendente ha voluto spiegare come si sono svolti i fatti in un commento ad un articolo: “Forse sarebbe il caso di informarsi meglio sui fatti e gli antefatti del mio comportamento. Mi limito a precisare che il processo si è tenuto solo perché avevo rinunciato due volte alla prescrizione, nonostante fossi già stato condannato “a porte chiuse” per la stessa preannunciata (non) “truffa” già nel 2007, quando avevo supplicato invano ogni stampa a seguire “l’originale” caso, anche bruciacchiando le targhe del Gazzettino e gruppo Gedi.” 

L’uomo, accusato, ha sottolineato che a chiedere lassoluzione è stato lo Stesso Procuratore Generale, perchè mancavano da sempre sia l’elemento materiale costitutivo della truffa – l’inganno – oltre che quello soggettivo, come, secondo lui, è facilmente deducibile. Ha concluso osservando che spera di trovare qualche giornalista che voglia occuparsi del suo caso, perchè vi sono molte altre cose che potrebbero fare clamore.

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Cosa ne pensa l’autore
Chiara Lanzini

Chiara Lanzini - La spiegazione data dal dipendente sottintende che vi sono valide motivazioni dietro al suo gesto, e non metto in dubbio che, probabilmente, siano avvenuti dei fatti incresciosi che lo hanno portato a protestare. Conseguo delle perplessità sulla forma che il Sign.Orlando ha utilizzato. Probabilmente l'autore del gesto dovrebbe aver modo di illustrare esaustivamente la sua verità.

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