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Dopo aver denunciato la mafia, la sua impresa fallisce, e la banca esige i soldi: Ignazio Cutrò minaccia di darsi fuoco

Ignazio Cutrò, testimone di giustizia di Bivona, è esausto ed ha minacciato di darsi fuoco se non si troverà una soluzione: la chiusura dell’impresa è avvenuta per i debiti accumulati dall’azienda dopo le denunce per le estorsioni subite.

Cronaca
Pubblicato il 10 agosto 2018, alle ore 13:31

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Dopo aver denunciato la mafia, la sua impresa fallisce, e la banca esige i soldi: Ignazio Cutrò minaccia di darsi fuoco

Ignazio Cutrò, testimone di giustizia di Bivona che con le sue denunce ha permesso di far condannare in via definitiva un clan mafioso della zona, non riesce più a sostenere la situazione che sta vivendo. “Se non riesco a trovare un modo per incontrare e bloccare l’atto tramite il presidente della Banca Popolare Sant’Angelo, il dott. Antonio Coppola, pagherò̀ con la mia stessa vita, dandomi fuoco davanti ad una loro filiale che sceglierò̀ a caso e senza comunicare a nessuno data e ora dell’eventuale gesto. Ormai non ho più̀ nulla da perdere, la mafia mi ha tolto tutto”, ha dichiarato.

Ignazio Cutrò ha denunciato la presenza mafiosa nel proprio territorio, ha sgretolato il muro di omertà consolidato nel contesto natio: comprendendo i rischi a cui stava andando incontro ha voluto, comunque, sostenere a gran forza che la legalità esiste e che occorre far qualcosa per poter mutare una situazione incancrenita. Cutrò è stato anche una guida per l’associazione nazionale “Testimoni di giustizia” ed ha messo in rilievo i limiti legislativi della normativa vigente, sollecitando le Istituzioni ad intervenire con un programma di riforme.

La sera del 10 ottobre 1999 gli fu bruciata una pala meccanica, e Cutrò presentò la prima denuncia contro ignoti: le minacce e le intimidazioni presero ad essere quotidiane. Nel 2006 decise di diventare un testimone di giustizia, denunciando i suoi estorsori: venne avviata l’operazione “Face off”, nella quale vennero arrestati i fratelli Luigi, Marcello e Maurizio Panepinto. Nel gennaio 2011, i suddetti vennero condannati ad un totale di 66 anni e mezzo di carcere.

Recentemente, la protezione ai suoi familiari è stata tolta, ed ha scelto di rinunciare alla sua tutela personale, per non rendere la sua famiglia l’unico obbiettivo di future vendette. La situazione, già drammatica, si è aggravata dopo l’arrivo di un atto di precetto della Banca Popolare Sant’Angelo che gli intima di pagare un vecchio debito di circa 60 mila euro, oltre more ed interessi, entro e non oltre il 19 agosto prossimo.”E’ acclarato, da documenti ufficiali redatti dagli organi dello Stato, che la chiusura della mia impresa edile è dovuta ai debiti accumulati dall’azienda dopo le denunce per le estorsioni subite”, ha sostenuto Cutrò con vigore. 

Il 23 maggio del 2013 il tribunale di Sciacca emanò un decreto ingiuntivo di pagamento del debito in favore della Banca Popolare Sant’Angelo: il presidente della Banca, Nicolò Curella, aveva deciso di sospendere il decreto.

Nel novembre del 2017 lo stesso decreto ingiuntivo è partito dalle mani dell’avvocato Corrado Candiano: l’incontro nel quale Cutrò ha mostrando la documentazione trasmessa al Ministero non ha portato alcun giovamento, e l’atto di precetto, che precede di dieci giorni il pignoramento forzato, è arrivato. Nel 2016, UniCredit aveva compreso la situazione del testimone di giustizia, congelando un debito nettamente superiore a quello maturato con la banca licatese.

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Cosa ne pensa l’autore
Chiara Lanzini

Chiara Lanzini - Evochiamo la legalità asserendo che occorre denunciare, promulgare la legalità: tutto giusto ma, mi chiedo, davanti a notizie del genere, in quanti se la sentiranno di farlo? Oltre al pericolo incombente, alla paura, alle volte i testimoni di giustizia vengono lasciati soli e pieni di debiti. Una vergogna italiana reiterata nel tempo.

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