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Uber inganna i controlli delle forze dell’ordine

Attraverso un sistema di tracciatura dei dispositivi delle autorità, chiamato Greyball, Uber nasconde le posizioni dei propri autisti, per evitare che vengano trovati dagli investigatori.

Software e App
Pubblicato il 5 marzo 2017, alle ore 11:48

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Uber inganna i controlli delle forze dell’ordine
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In seguito alla pubblicazione di un’inchiesta portata a termine dal New York Times, la famosa azienda di trasporto automobilistico privato è di nuovo sotto i riflettori per l’utilizzo di un sistema di tracciatura dei device delle autorità di polizia, che gli consentirebbe di impedire loro la ricerca di autisti nelle vicinanze.

Uber si servirebbe di questo stratagemma per sfuggire alla legge in quelle città dove opera senza i permessi necessari. In questo modo, gli ufficiali di polizia non sarebbero in grado di visualizzare nella app la posizione dei conducenti, e non potrebbero svolgere correttamente le indagini. 

Pare che quanto detto sopra sia accaduto ad Erich Englend, un poliziotto di Portland, Oregon, che dal 2014 aveva iniziato ad investigare sulla regolarità del servizio offerto da Uber.

L’azienda di Kalanick ha prontamente risposto alle accuse ammettendo che il programma Greyball esiste, ma che il suo scopo è quello di moderare il comportamento di utenti che sono sospetti, o che hanno precedentemente creato problemi agli autisti. Così facendo, si cerca di prevenire eventuali aggressioni alle auto da parte dei suddetti soggetti. Esso rientra nel programma di Uber VTOS (“violazione dei termini di servizio”), messo in atto in particolare negli USA. 

Stando a quanto riportato dal NY Times, il diversivo Greyball è stato impiegato in diversi paesi, tra cui Australia, Cina, Corea del Sud, Francia, e anche Italia, la quale è stata in seguito esclusa.

Gli stratagemmi messi in atto da Uber, per identificare i membri delle autorità, sono tre: il primo consiste nel monitorare le zone delle città dove si concentrano gli uffici amministrativi, e determinare quali persone utilizzano più frequentemente la app.

Il secondo, più articolato, prevede di analizzare i dati sulle carte di credito degli utenti, per trovare possibili collegamenti con le banche legate alle forze di polizia, mentre il terzo consiste nel mandare alcuni dipendenti di Uber nei negozi di telefonia, per determinare quali siano i cellulari meno costosi, dal momento che molti poliziotti usano dispositivi diversi con account differenti.

Una volta stilata una lista di nomi ipotetica, la compagnia si sarebbe assicurata che gli utenti fossero realmente agenti di polizia, cercando sui social network informazioni e prove che lo confermassero.

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Cosa ne pensa l’autore

Tommaso Guglielmetti - È evidente che Uber si sia servita di questo sistema ingegnoso per nascondere le proprie azioni irregolari, diversamente da quanto attestato dall'azienda stessa in propria difesa. Sicuramente, occorre fare più chiarezza sulla questione, e prendere dei provvedimenti una volta che si abbia la piena certezza del torto. Trovo curioso il fatto che, quasi sempre, a scovare questi inganni siano indagini svolte da giornalisti o da privati, e non dagli organi di competenza. Uber sta attraversando un periodo davvero buio, e questa non è la prima accusa che viene rivolta alla compagnia.

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