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La Regina Elisabetta: "Come mai nessuno ha visto arrivare la crisi economica?"

Una vecchia domanda della Regina Elisabetta suscita risposte inaspettate da parte di un gruppo di giovani che punta il dito sui percorsi formativi accademici legati ad una stretta visuale di economia.

Economia e Finanza
Pubblicato il 17 luglio 2017, alle ore 11:05

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La Regina Elisabetta: "Come mai nessuno ha visto arrivare la crisi economica?"
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La domanda ingenua, ma autorevole della Regina Elisabetta II di Inghilterra, dal novembre del 2008 riecheggia tra gli accademici della London School of Economics, ma ancora di più tra i giovani: “Ma perché nessuno ha visto arrivare questa crisi economica?“. La provocazione agli economisti ha suscitato da parte degli studiosi il bisogno di formulare una risposta alla Regina, prima di tutto ammettendo “un fallimento dell’immaginario collettivo di molte persone brillanti a livello nazionale e internazionale nel comprendere i rischi per il sistema nel suo complesso”L’immaginario collettivo sembra essere il vero colpevole.

L’economia mainstream è costruita intorno a teorie condivise e insegnate nelle università di tutto il mondo, dogmi incapaci di vedere l’avanzare della crisi.
Il direttore del Max-Planck Institut di Colonia, Wolfgang Streeck è stato spietato nella sua diagnosi spiegando che la crisi in corso non è un fenomeno accidentale, ma il risultato di altri disordini politici ed economici che stanno a indicare la dissoluzione della formazione sociale definita “capitalismo democratico”.

Anche gli studenti hanno mosso la loro critica affermando che è in vigore il monopolio dell’istruzione economica, l’unica scuola di pensiero proposta è quella dell’economia neoclassica. Dentro questa visione sono pochi gli studiosi in grado di prevedere la crisi finanziaria. Da cui, come afferma l’associazione di studenti che dall’Università di Manchester nel Post-crash economics society, è nata la richiesta da parte di tutti gli studenti di ripensare in maniera radicale l’insegnamento della materia.

Nel 2012 sette ragazzi si sono messi a pensare insieme e nasce la Post-crash economics society. Nel giro di pochi anni la loro discussione riesce a entrare nel dibattito accademico e a introdurvi la necessità di un maggiore pluralismo nei corsi di economia, sostenendo l’importanza di affiancare altre teorie, sinora ai margini del mondo accademico, a quanto viene insegnato dalla scuola neoclassica.

La Pces decide così di dar voce a due pareri capaci di spiegare la crisi finanziaria. Innanzitutto la critica che viene rivolta dalla scuola Austriaca ai tassi di interesse delle banche centrali, le quali hanno creato uno squilibrio che poi si cerca di risolversi con la recessione. L’altro parere, di Minsky, che ipotizza l’instabilità finanziaria dovuta a euforia speculativa che porta all’aumento del credito e infine all’aumento dei prezzi, iter facilmente rintracciabile a quanto accaduto ai mutui Subprime negli Stati Uniti.

La fatica a trovare stabilità, in Occidente, è dovuta anche a disuguaglianze sociali in aumento. Grazie a questo gruppo di giovani, da una parte contestatore, dall’altra è promotore di un cambiamento che si spera migliori l’insieme dell’economia. L’esempio di Manchester sta interessando giovani di tutto il mondo con l’obiettivo di allargare i confini degli studi economici.

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Cosa ne pensa l’autore

Marilena Carraro - Quando i giovani si mettono d'impegno sono davvero bravi. Intanto riescono a cogliere che cosa non funziona in un sistema. Chi è troppo dentro a un modo d'insegnare, a delle teorie, rischia di affezionarsi e di non riuscire a tenere la giusta distanza. Ascoltare un parere diverso, far nascere qualcosa di nuovo da una provocazione è un punto a loro favore.

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