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Biologa italiana scopre l’esistenza di un bruco mangia-plastica

Una scoperta del tutto casuale ha permesso di identificare una larva capace di cibarsi del polietilene, una delle plastiche più comunemente usate a livello industriale. Ora bisognerà identificare quale enzima permette al bruco di digerire la plastica.

Ambiente
Pubblicato il 27 aprile 2017, alle ore 17:56

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Biologa italiana scopre l’esistenza di un bruco mangia-plastica
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In natura esiste una larva capace di poter degradare il polietilene, una delle plastiche più utilizzate a livello industriale. La notizia sembra essere alquanto sorprendente, ma dimostra che quello che è comunemente utilizzato come esca dai pescatori è anche un animale assai ghiotto di plastica.

Ma andiamo con ordine. La scoperta è giunta del tutto casualmente, grazie all’attività di osservazione di Federica Bertocchini, ricercatrice italiana in biologia molecolare presso il Csic, l’Istituto di Biomedica e Biotecnologia della Cantabria, a Santander.

Ma come si è giunti a questa conclusione? Semplicemente osservando cosa è successo una volta che la dottoressa Bertocchini ha riposto in un sacchetto di plastica le larve che aveva prelevato dalle sue arnie. L’apicoltura rappresenta infatti uno degli hobby della biologa italiana.

Le larve osservate prendono il nome di Galleria Mallonella. Il lepidottero in questione altro non è che un parassita degli alveari, conosciuto anche con il nome di tarma della cera. I pescatori che lo usano come esca sono soliti chiamarlo camola del miele, in quanto nutrendosi di miele ha un sapore assai dolce ed invitante.

La dottoressa Bertocchini ha osservato che i bruchi una volta posti sopra il sacchetto di plastica hanno incominciato a forarlo. Era quindi evidente che lo stessero mangiando. Incuriosita dall’accaduto, ha contattato l’Università britannica di Cambridge al fine di programmare un esperimento.

Ripetendo il fenomeno i cui esiti sono stati pubblicati sulla rivista Current Biology, per poter osservare i primi buchi sul sacchetto di plastica è stato sufficiente attendere 40 minuti. In 12 ore la massa del sacchetto si era ridotta di 92 milligrammi. Per molti sembrerà un’inezia, in verità è un tasso di degradazione estremamente rapido. Altri microrganismi capaci di sintetizzare la plastica, in una giornata intera arrivano a degradarne solamente 0,13 milligrammi.

Paolo Bombelli, scienziato e ricercatore del dipartimento di Biochimica dell’Università di Cambridge ha fatto presente che “se alla base di questo processo chimico ci fosse un unico enzima, la sua riproduzione su larga scala utilizzando le biotecnologie sarebbe possibile. La scoperta potrebbe essere uno strumento importante per liberare acque e suoli dalla grandissima quantità di buste di plastica finora accumulata”. A tal fine è sufficiente ricordare che secondo alcune ricerche, una singola bottiglia di plastica abbandonata nell’ambiente necessita di circa 400 anni prima di potersi degradare autonomamente.

Riprodurre l’enzima presente nel tratto digerente della larva potrebbe contribuire ad accellerare esponenzialmente il processo di decomposizione della plastica. Si avrebbe così modo di poter risolvere uno dei maggiori fattori di inquinamento presenti sul nostro pianeta.

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Cosa ne pensa l’autore

Antonio Sorice - La scoperta della dottoressa Bertocchini è di notevole importanza in quanto permetterebbe di poter affrontare il problema dei rifiuti di plastica che vengono abbandonati dall’uomo nell’ambiente. Se si fosse in grado di poter riprodurre in laboratorio l’enzima che permette alla tarma della cera di poter digerire la plastica, a quel punto potremmo utilizzarlo efficacemente anche in natura per combattere l’inquinamento. In questo modo il tempo di decomposizione della plastica verrebbe drasticamente ridotto, a tutto vantaggio della salute dell’ambiente.

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